Tuesday, February 9, 2016

Chi fa da sé fa per tre. Poveri cristi condannati a credersi un Dio in terra


"Senza di me tu non sei nessuno!" Quante volte al limite di una discussione abbiamo sentito questa frase? Quanto pesa la presenza di una persona nei confronti di un'altra? Quanto nel processo creativo e nell'arte è importante il compito dell'artista e quanto quello del critico o di chi crede nelle opere e nel lavoro compiuto?


Spesso si dimentica che il vero risultato finale dietro un "artist star" è la somma di cose diverse e di realtà differenti fatte di persone, di passione e di impegno di tutti per il risultato finale.
È una ricetta antica ma sempre valida: prendere il lavoro e le idee di qualcuno e riuscire a pubblicizzarle e portarle avanti con un team adeguato che supporti opinioni e compiti per la buona riuscita del prodotto di successo.



Un esempio? Prendete un uomo sui trent'anni, single, adorato dalla madre che lo considera un Dio, supportatelo e circondatelo di adepti (una dozzina circa) dalle personalità diverse, affiancategli quattro scrittori di "comunicati stampa ad hoc" che diffondano le sue teorie e pensieri, lanciatelo sul pubblico e fatelo sparire dopo all'incirca tre anni, per farlo risorgere più forte e affascinante di prima, cosa ottenete? Un mito, un Dio in terra che prosegue la sua formula di successo sotto il nome di Gesù Cristo da oltre 2000 anni, appunto, un Jesus Christ Superstar.




Ecco, nonostante tutto, anche se l'esempio può risultare blasfemo, la realtà oggettiva è proprio questa: un uomo ha un'idea, crea una serie di performance che vengono diffuse e poi continuate, sostenute e alimentate da un gruppo di lavoro che crede nelle opere compiute. Un miracolo? Beh, in alcuni casi si… Ma poi la storia parla da sé.
In questo caso "Chi fa da sé fa per tre" vale solo per Gesù Cristo, uno e trino per l'appunto nella sua natura, ma per tutti i comuni mortali il concetto di "gruppo" e di aiuto e sostegno si perde nella notte dei tempi.
Un critico d'arte sarebbe nessuno se non potesse aiutare e supportare un artista e le sue opere se queste ultime non ci fossero, di che cosa scriverebbe? Idem per l'artista che crea qualcosa di bello, piacevole e che finisce per toccare le corde giuste, ma il suo lavoro rimarrebbe al massimo una parte artigianale ben riuscita priva di emozionalità se non spiegata e divulgata.
Gallerie, critici, collezionisti investono tempo, fiducia e passione nell'artista emergente o nel sostenere un artista affermato.

Cosa sarebbe stata l'arte del Cubismo senza l'impulso di Leo e Gertrude Stein che cominciarono una delle prime collezioni cubiste comprendenti Pablo Picasso, André Derain ed Henri Matisse?

Come scordare l'innovazione e la capacità di Peggy Guggenheim per artisti quali Jackson Pollock e i contatti che da allora si avranno tra Europa e America?

Gallerie e galleristi che per primi hanno creduto nel lavoro degli artisti come Saachti per Keith Haring e la street art; Leo Castelli con la sua schiera di artisti americani dell'Espressionismo Astratto come Jackson Pollock, Robert Rauschenberg, Willem de Kooning, Jasper Johns e Cy Twombly.

La storia lo ha chiamati mecenati, in primis Lorenzo il Magnifico, ora sono fondatori e collezionisti nonché divulgatori dell'arte contemporanea quali Prada, Benetton, Pinault solo per citare qualche nome.

Avere la pretesa di essere solo ed esclusivamente il proprio lavoro e così geniale da non avere bisogno di nessun aiuto, è una sciocca convinzione che porta solo danno a se stessi e alla diffusione delle proprie capacità che si traducono nelle opere presentate.
Voler rimproverare e sminuire il lavoro altrui a favore del proprio porta solo sterilità nel pensiero e nelle cose. Provate ad immaginare una situazione di questo genere: un idraulico entra a casa vostra per compiere un lavoro di riparazione, alle sue spalle la competenza, la bravura e la capacità di sapere cosa fare. Senza il suo intervento non ci sarebbe stato il lavoro compiuto, ma se dall'altra parte si recrimina il fatto che "senza di me non avresti fatto questo lavoro" il risultato finale non porta da nessuna parte.


L'idraulico deve ringraziare il sottoscritto per la rottura del tubo? Quindi grazie a me lavora? Oppure se al contrario l'idraulico se ne esce dicendo "dovresti esprimere riconoscenza al mio lavoro e a me altrimenti come lo avresti riparato questo danno?", beh…sembra davvero un discorso che, per restare in tema idrico, fa acqua da tutte le parti!
Le collaborazioni, le discussioni, le sinergie attive che si instaurano arrivano davvero a portare un risultato, nel processo creativo non siamo soli e la frase del Marchese del Grillo vale solo come scappatoia pretenziosa: "Io sono io e voi non siete un cazzo!".

È la pretesa di chi vuole porsi sopra le righe, è la pretesa di chi pensa che il proprio IO sia superiore agli altri, è la pretesa di credere che essere "qualcuno" equivalga a calpestarne altri.
È bene ricordare un detto per chi ha "pretese" di essere "uno e trino" nelle cose e nelle opere, certo, "chi fa da sé fa per tre" ma se pretendi di essere il migliore calpestando o non considerando gli sforzi congiunti e il lavoro di chi ti supporta e segue direi che l'ambizione e la presuntuosità deve lascìare il posto all'umiltà, in fondo: "Una pretesa vale merda quanto pesa", chissà Piero Manzoni come l'avrebbe presa quest'ultima affermazione…
Massimiliano Sabbion

Friday, February 5, 2016

Arte Fiera Bologna 2016. Cosa mi è piaciuto e cosa no

 
Di ritorno dalla recente visita ad Arte Fiera 2016 di Bologna e alla collaterale SetUp Art Fair 2016, le sensazioni accavallatesi in questi giorni vedono i pareri discordanti di addetti al settore, collezionisti, critici, artisti e galleristi/espositori.
Il pubblico, come sempre, decreta l'interesse e il successo di una manifestazione di tale portata e di sicuro polemiche o giusti plausi arrivano.

Essere obiettivi non sempre è facile, specie se i gusti personali collimano poi con quelli di "moda" o di revival per la vendita e il collezionismo. Sentire i pareri di tutti, leggere, informarsi e documentarsi prima, durante e dopo la manifestazione è senza dubbio un buon metodo e inizio per avvicinarsi e capire le cose, le mode e il passaggio epocale che si vive e crearsi così una propria opinione consci del fatto che si vive un pezzo di storia ogni volta che si collazionano menti e idee differenti.

Forse per non farmi fagocitare dalla marea di pensieri  e persone, di proposte, di ammiccamenti vari o di "già visto" mi sono ripromesso di leggere tutto il materiale solo dopo la fine della fiera, forse per non lasciarmi influenzare troppo o semplicemente per scrivere e ripetere cose già dette ho deciso di fare il passo di valutazione in quasi "due step": uno prima della lettura generale e uno dopo aver letto e visto le valutazioni degli altri…
In maniera semplice una sorta di lavagna con i buoni e i cattivi, con le cose che mi sono piaciute e altre meno.
 
Diciamo che per comodità di lettura una scala di 10 cose positive e 10 cose poco piacevoli rendono più facile la lettura e il modo di procedere su come una fiera così importante è stata vissuta dal sottoscritto.

 
10 COSE CHE MI SONO PIACIUTE

1.      La disponibilità, la cortesia e la preparazione dello staff
2.      Le gallerie di SetUp, fresche, giovani, pronte a parlare un linguaggio nuovo e a confrontarsi sia col pubblico che tra gli addetti al lavoro
3.      La timidezza degli artisti che cercano di presentarsi tra i vari stand con cd, cataloghi, foto e CV
4.      I bambini curiosi che fanno le domande più ingenue e spiazzanti su…tutto! Dalla scelta dei materiali al significato dei colori e delle forme
5.      La preparazione delle risposte alle domande poste ai galleristi sempre disponibili e sorridenti
6.      Lo scambio di opinioni tra le persone e il ritrovare vecchi amici
7.      Il ritorno di artisti italiani degli anni Settanta e l'Optical Art
8.      La rassegna culturale su temi e talk vari dall'economia alla conservazione
9.      Persone anziane sostenute da bastoni e aiuti che nonostante tutto si incuriosiscono di fronte all'arte, non si finisce mai di imparare
10.  Il fritto misto al banco di SetUp

 
10 COSE CHE NON MI SONO PIACIUTE

1.      Pagare due biglietti senza un minimo di sconto tra Arte Fiera e SetUp
2.      La logica illogica della disposizione degli stand ad Art Fiera, numeri degli stand e padiglioni che sparivano e riapparivano due file avanti e la fantomatica hall 32 che compare e scompare alla vista
3.      I soliti artisti noti e triti visti da anni a cui si arriva a pensare "ma quanto cacchio ha prodotto nella sua vita?", troppo…
4.      Gallerie che vendono lo stesso prodotto in più stand gli stessi artisti ma disposti in maniera diversa
5.      "Sono un artista quindi sono uno strambo", quindi devo vestirmi col pigiama e girare coi capelli rasati a metà di colore blu pieno di piercing, poi se non ho idee che importa? Sono un artista no?
6.      Patacche false spacciate per vere e retrodatate, perché?
7.      La maleducazione delle persone che spingono e urlano perché "lei non sa chi sono io"
8.      Spazio all'editoria anche scadente con pubblicazioni improponibili
9.      Poca pubblicità agli eventi collaterali in città
10.  Il vip che ama farsi riconoscere e vuol far sapere che lui se ne intende e le cose le sa anche quando non le sa
 
 
Bene, ora posso cominciare a leggere sul web, sui giornali e sui social network i pareri e le opinioni di questa Arte Fiera 2016.
E a voi? Cosa è piaciuto e cosa no?
Massimiliano Sabbion

 

Tuesday, February 2, 2016

SetUp Art Fair 2016. Tedofra Art Gallery presenta "Distanza" di Laura Bisotti e il Premio Curatore Under 35


 
Dedicato alla delicatezza poetica di Laura Bisotti,
alla silenziosa presenza di Stefano Volpato,
all'energia vitale di Alice Baldan
e soprattutto al grande "mastino" Antimo Pascale
 
Il lavoro presentato a SetUp Art Fair 2016 da Laura Bisotti (Piacenza, 1985) dal titolo "Distanza", si riveste di emozionale poesia visiva concettuale accarezzando ricordi e memorie.
Nel silenzio del vuoto rappresentato da una sequenza fotografica della casa ormai lasciata vuota dalla nonna della protagonista, l'artista cerca di colmare questo vuoto con il pensiero rivolto ad elaborare la scomparsa della figura dell'anziana donna ritornando nei luoghi che l'hanno protetta e amata, la casa.
Le stanze respirano e vivono di ricordi che si sono nel tempo popolati di oggetti carichi di emozioni e riferimenti, un luogo vissuto e riconoscibile.
Il tempo piano piano fa riaffiorare la memoria che ritorna a galla facendo emergere labili presenze, quasi fantasmi del passato, ectoplasmi che figure appena accennate che hanno la valenza del ricordo intimo e rinchiuso tra le pareti domestiche.
 
"Distanza" (2015) di Laura Bisotti
 

Il tempo trascorre, gli oggetti passano, le stanze cambiano e si offuscano e allora il passato ritorna più forte di prima, il bene materiale, la stanza ricolma di passato scompare e lascia lo spazio alla dolcezza dei tratti di chi si è amato riaffiora.
"Distanza", come la lontananza e la perdita di un punto preciso, di un senso di orientamento che manca e si vaga alla ricerca di se stessi, si torna a pensare a dove andare, da che punto partire, appunto, perdersi e ritrovarsi.
"Distanza", perché lontano da chi si è perduto e non si può toccare, resta solo la sensazione interiore che permette di vedere e percepire ancora la persona che manca e di cui restano solo il profumo del quotidiano e gli oggetti di stanza in stanza.
"Distanza", come la memoria che scende come nebbia e offusca la mente, causa confusa di tempo e mente nella rappresentazione delicata della malattia dell'Alzheimer.
 
Laura Bisotti spiega il suo lavoro a Giuseppe Casarotto del comitato scientifico SetUp
 

Niente diventa più chiaro, né la casa, né gli oggetti e neppure la certezza di dove trovarsi, si vaga in una indefinita nebbia dalla quale emergono segni del tempo passato e nulla diventa più lucido, come nei sogni si vagheggia e si cerca la direzione, la rotta verso un porto sicuro, la propria casa.
Poi? Poi tutto scompare…
Il lavoro di Laura Bisotti nei giorni in cui è stato esposto nello stand di Tedofra Art Gallery di Padova, ha ricevuto notevoli plausi, senso di ammirazione, silenzio e stupore delicato.
Presenti nello stand numero 15 anche altri artisti giovani e quotati per una manifestazione ricca e coinvolgente: Nicola Villa, Giuseppe Inglese, Patrizia Novello, Daniela Novello, Francesco Sisini, Christian Verginer, Matthias Verginer.
 
 
 
 

È stato bello vedere le persone emotivamente coinvolte soffermarsi, pensare, ricordare, perdersi tra le fotografie e disegni del lavoro e ritrovarsi poi per uscire ancora più emotivamente arricchiti.
Un'opera che tocca l'anima, come nelle intenzioni dell'artista che attinge alle proprie esperienze personali così simili a quelle di ogni persona presente: un sorriso malinconico, uno sguardo ad accarezzare l'opera, una partecipazione poetica ed emozionale che non ha lasciato indifferenti gli spettatori di SetUp Art Fair 2016.
 
 
 
 

Una scelta che è stata premiata dalla giuria con il testo curato da Stefano Volpato dal titolo "Perdersi e restare. Orientarsi in gocce di memoria", una vittoria che significa molto poiché sono premiate la delicatezza e la poesia nell'affrontare temi difficili come la scomparsa, la malattia, la mancanza e il senso di spaesamento e disorientamento di chi resta.
 
Massimiliano Sabbion ritira il premio per Tedofra Art Gallery

 
Le sinergie si respirano in un prodotto che ha regalato soddisfazioni ed emozioni, dalla gallerista Alice Baldan che ha supportato e sostenuto l'idea dell'opera di Laura Bisotti, alla collaborazione di giuntura tra critica, scelta e consiglio prima e cura del testo poi con Massimiliano Sabbion, alla stesura di uno scritto con Stefano Volpato, i risultati si sono poi rivelati con il premio finale assegnato: il Premio Curatore Under 35.
 
 
 

La collaborazione, la forza delle idee e soprattutto l'amore per il proprio lavoro decreta la crescita e la nascita di opere d'arte, di scritti, di circolazione di energie difficili da scordare, il vero motore di questa edizione di SetUp Art Fair 2016.
La gente passa, resta, si ferma, pensa, prosegue e un pezzo di memoria e di presente resta attaccato alla pelle dove difficile risulta non emozionarsi.
Massimiliano Sabbion

 

"Perdersi e restare. Orientarsi in gocce di memoria"
A cura di Stefano Volpato 

"Perché vuoi combattere contro il labirinto? Assecondalo, per una volta.
Non preoccuparti,
lascia che sia la strada a decidere da sola il tuo percorso,
e non il percorso a farti scegliere le strade.
 Impara a vagare, a vagabondare. Disorientati. Bighellona."
(Tiziano Scarpa) 

Vagare tra le stanze della propria casa dà un senso di protezione e di stabilità emotiva certa: gli oggetti diventano il ricordo del passato vissuto.
La perdita del senso di orientamento e di direzione porta alla ricerca di sensazioni perdute con un passato fatto di recuperi e inquietudini.
La protagonista dell'opera di Laura Bisotti è la nonna dell'artista, figura scomparsa che lascia traccia di sé nella casa ormai vuota, dove gli oggetti si caricano di valenze emotive da cui affiorano atmosfere sospese tra delicati colori scoloriti dal tempo.
È qui rappresentato visivamente e in maniera soave la perdita delle certezze di una persona anziana confusa nella mente e nel tempo a causa dell'Alzheimer.
Nulla è più chiaro e sicuro, né le pareti di casa, né gli oggetti né tantomeno la consapevolezza di dove trovarsi, la certezza di un punto preciso dal quale partire o ritornare come porto sicuro.
Perdersi, disorientarsi, confondersi, vagare in una nebbia che offusca la realtà e la casa diventa il simbolo di una certezza.
A tratti un ricordo riaffiora come ectoplasmi confusi: un gruppo di persone, un viso, un'identificazione precisa di dove ci si trova, poi tutto scompare con l'Alzheimer che ritorna vincitore e rimescola e fa perdere l'indicazione di sé e di dove ci si trova.
Il lavoro di Laura Bisotti affronta la necessità di orientare una persona perduta: la perdita della memoria, la mancanza di un punto di riferimento, il vuoto e lo smarrimento di un luogo sicuro che non si riconosce e trova…
Pochi gli elementi di cui si ha certezza: i ricordi, la casa, le figure cardine della famiglia, venendo a mancare questi punti di riferimento si crea il vuoto e lo spaesamento nella riconoscibilità di sé.
Rimangono immagini sbiadite, affioramenti che si perdono poi come la spuma del mare e diventa evanescente la corrispondenza tra ciò che è reale e ciò che è riflesso in un'immagine, pulviscolo del tempo alla ricerca di una rotta precisa dove orientarsi: "(…) E al mare nostro più non resta viva che l'immagine fatta di memoria" (Im Spiele der Wellen - Guido Gozzano).


 

 

 

 

 

Friday, January 29, 2016

Complimenti comunque! Come si risolvono gli imbarazzi inquietanti con una frase (s)fatta.


 
Complimenti comunque!” eccola che arriva, terribile come le spalline dei vestiti anni Ottanta e le gonfie cotonature che contraddistinsero un’epoca, lancinante come il kg in più sulla bilancia dopo due settimane di dieta quando ti accorgi che hai perso solo quindici giorni di tempo, tremenda come i non-giovani a cinquant’anni che si legano i capelli grigi a coda di cavallo sfoggiando un orecchino al lobo con diamantino, “sfascinosa” e quindi priva di ogni sensibile beltà ma sfasciata come la sfacciata signora lampadata bruciata dal sole caraibico artificiale e a tutti i costi anche il 25 dicembre…

Si, eccola che arriva, LEI, la terribile, lancinante, tremenda e “sfascinosa” frase: “Complimenti comunque!”.
Che ci sarà di così tragico in un “Complimenti comunque!  starà pensando qualcuno, ma visto le ridenti immagini descritte poc’anzi mi sembra ovvio provare quel disgusto chic e trash che sconfina e trasborda nel kitsch.

Ora, immaginiamo un artista conosciuto agli albori della sua carriera: un giovane promettente, con opere interessanti su vari fronti e punti di vista, vendibile anche a livello di mercato con recensioni su opere e mostre abbastanza buone.
Bene, continuiamo ad immaginare il nostro artista presente ad una collettiva, una mostra che riassume tematiche, artisti ed aspetti diversi, diciamo un ambiente protetto e incoraggiante che si va sul sicuro perché almeno un paio degli artisti presenti sono una garanzia in quanto si sa che cosa producono ed è una buona vetrina per visibilità ed esposizione di tutti.

Oppure, trasmigriamo il nostro artista immaginario all’interno di una manifestazione più ampia con un impatto e una visibilità maggiore come ad esempio una fiera del settore dove girano esperti, collezionisti, artisti a caccia di nuovi contatti e idee, curatori, storici e critici, insomma tutta la gente che si occupa di Arte.
In mezzo alla confusione e a personaggi variegati che si ritrovano in questi spazi enormi, suddivisi in cubicoli espositivi una fiumana di persone passa, valuta, colloquia, contratta e il nostro artista è catapultato in mezzo a questa bolgia.

Di solito per non lamentarsi della confusione e dei giri da fare all’interno si è spesso accompagnati da qualcuno che viene con te per i più disparati motivi:

·        Hai un biglietto in più

·        Non ti va di andare da solo

·        Amico curioso che cerca di capire che razza di lavoro fai e che mondo è

·        Amica alla moda che vuole venire per vedere chi c’è

·        E per ultimo, qualcuno a cui può interessare davvero la fiera

Ecco, il quadro è completo.

Entrando nel cubicolo della galleria nella nostra ipotetica fiera il nostro artista è passato da dipingere oli su tela di piccole dimensioni sulle quali riportava la condizione della sua generazione e indicava un messaggio labile ma incisivo a scolpire opere di grandi dimensioni come gettate di cemento armato, grandi strisce di strada grigia che hanno asfaltato tutta la sua creatività, girando attorno al concetto di “arte concettuale” arriva a concepire quel gran senso di non so che e che forse non lo sa neanche lui: nulla. Rappresenta il Nulla completo, il Niente, il Vuoto, l’assoluta Fuffa!

E ormai siamo dentro al cubicolo e in qualche modo dobbiamo uscirne, continuare il giro, far finta che la cosa sia piaciuta e in quel preciso momento lui (o il gallerista) ti riconosce, ti chiama, parla con te, ti lascia un improbabile cataloghino dell’opera con tanto di spiegazione attonita davanti alla sua strada sepolta da grande cemento. Educatamente si ascolta e poi? Il momento dei saluti:

-       Beh ci vediamo, buona continuazione e buona fiera

-       Grazie per essere passato!

-       Figurati dovere. Grazie a te del catalogo e delle chiacchiere…

-       Speriamo sia proficua la fiera, poca gente quest’anno

-       Si, meno dello scorso anno ma sicuramente gli interessati che contano ci sono! Buon lavoro.

-       Grazie e buona giornata anche a voi.

Ed ecco l’irreparabile, la bocca della verità, la semplicità delle cose espresse, in una sola parola: la mia accompagnatrice fantastica!
È la persona con cui sei venuto alla fiera e che hai presentato senza titoli o appellativi ma unicamente come amica, e lei? Niente, zitta e buona si è osservata le opere e ascoltato quello che vi siete detti tu e l’artista e ora si sente in dovere di dover dire qualcosa visto che è stata interpellata con lo sguardo dallo stesso artista durante i saluti e lei che fa? Semplicemente guarda lui e sorride, guarda poi l’opera con gli occhi che dicono “sarà ma io sta roba mica la comprerei!”, riguarda l’artista, riguarda l’opera e con una pacca sulla spalla che simboleggia un bel “su dai forza, coraggio, c’è di peggio” se ne esce con uno schietto Complimenti comunque!”.

Siiiiiii lo ha detto! L’ha fatto! Siiiiiii e simboleggia tutta la verità inespressa da chi non dice le cose come stanno: è una merda quella che fai! Fa schifo ma se piace a te…

E mi sembra di sentire le parole uscire dalla sua testa che pensa: chi se ne frega delle tue autostrade da percorrere e del significato che dai alla società asfaltatrice di sogni e speranze disilluse che ricopre le aspettative con una coltre di catrame rappresentata qui simbolicamente, per me questa è e rimane una patacca! È un pezzo di cemento attaccato ad una parete, un tripudio che non capisco e non intendo capire, che fine hanno fatto gli artisti che dipingono? E pensare che oggi ho messo pure i tacchi per fare tutta sta strada per vedere cosa? Un pezzo d’asfalto al muro! L’aperitivo è a suo carico, minimo!
Le lusinghe, gli apprezzamenti detti fanno sempre piacere, spesso sono le opinioni di chi ama il lavoro che hai fatto e compiuto e chi lo ha visto te lo vuole dire esprimendo la sua soddisfazione ed elogio, ma di frequente non ci si accorge che dietro le parole dette da una frase in realtà ci sono molte altre motivazioni, non per questo un complimento espresso non è tuttavia sincero e autentico.

Il peso di questa frase detta si esprime in tante modalità e i significati cambiano, prestate attenzione anche all’aspetto ironico e sagace con cui investite le parole la prossima volta quando la dite o quando la ricevete:

-       Che figura di merda con il suo intervento che ha fatto:  Complimenti comunque!

-       Bel lavoro davvero, speriamo non ne ripeta più! (trad.) “Complimenti comunque!

-       Che schifo! (trad.) “Complimenti comunque!

-       Bello, mi piace (trad.)  Complimenti comunque!

-       E questa la chiama opera? (trad.) “Complimenti comunque!

-       Mi è piaciuto molto il suo ultimo libro/lavoro (trad.) “Complimenti comunque!

-       Bella mostra! (trad.) “Complimenti comunque!

-       Ah beh! Che intuizione del cazzo e? Geniale proprio! (trad.) “Complimenti comunque!

-       Bello questo documentario durato 3 ore con intervento/dibattito finale! (trad.) “Complimenti comunque!

-       A me non è piaciuto per niente, va beh, pazienza. (trad.) “Complimenti comunque!
 
Conclusa la dipartita dalla sede espositiva si ritorna a casa e si pensa che in fin dei conti la tua amica aveva ragione, non un granché le cose viste, pareti calpestate di asfalto e cemento sono e restano pareti di cemento e asfalto…
Non resta che esprimere le sensazioni e i pensieri delle cose viste, metterle su carta perché non sfuggano e ripensare alla semplicità delle percezioni miste a meraviglia e stupore filtrate con gli occhi della persona che ti ha accompagnato e alla fine ne risulterà un bel pezzo, uno scritto ironico e veloce, si, posso dirlo, ora si sono soddisfatto di me.

E si, ci sta proprio, che dire come conclusione?
Complimenti comunque!
Massimiliano Sabbion