Tuesday, July 25, 2017

Amare ad arte. Innamorarsi è un “perché” pieno di pericoli.


 
Il verbo amare è uno dei più difficili da coniugare:
il suo passato non è semplice, il suo presente non è indicativo e il suo futuro non è che un condizionale.
(Jean Cocteau)
 
L’arte è davvero così importante? Quanto conta investire tempo e denaro nella cultura? Perché ne abbiamo bisogno?
L’arte, le immagini, la bellezza della cultura, la lettura di un libro, l’ascolto di un pezzo musicale sono intuitili e superflue, ma allo stesso tempo essenziali.
Ci si deve prima di tutto innamorare dell’arte per riuscire a capirla ed apprezzarla, ma come si fa ad innamorarsi? C’è forse un manuale di istruzioni sull’amore? Certo, ce ne sono molti su come dimenticare un amore, su come guarire le ferite, su come superare le fasi emozionali acute della vita e ricominciare, ma nessun testo, libro o tutorial su youtube che “insegni” come ci innamori.
Già, come ci si innamora? Cosa succede a livello psico-fisico quando ci si ritrova innamorati? Un gesto, un odore, un movimento, una parola o uno sguardo aiutano a scatenare l’innamoramento e tutto cambia di percezione.
Il cervello si annacqua e si comporta come se fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e i neuroni vengono travolti da uno tsunami di adrenalina, dopamina, ossitocina e vasopressina.
Si perde la capacità cognitiva, si impasta la bocca, si sbaglia a parlare e i movimenti si fanno goffi e impacciati.
Si pensa, sempre. Si pensa in maniera ossessiva tanto da indirizzare il solo pensiero all’oggetto dell’amore dove ogni scusa è buona per ricadere nelle parole e nelle riflessioni di chi si ama.
Il respiro affannoso, tachicardia, il cuore che impazzisce, le mani che sudano, il desiderio tormentoso che diventa quasi insopportabile.
La felicità comunque trabocca ad ogni angolo e non importa se non si trova parcheggio, se le bollette da pagare sono scadute, se qualcuno in ufficio vi urta i nervi, voi state amando e tutto si fa più roseo.
Ecco, questo è l’amore.
La stessa cosa capita quando un artista ci coccola e insinua con le sue forme e i suoi colori, ci si innamora dell’idea, della sua passione che finisce per travolgerci, della sua opera regalata e data a tutti in visione, ma in realtà con quella punta di gelosia versus l’arte che diventa esclusivamente nostra.
Far innamorare le persone dell’arte, è questo il compito di chi si occupa di trasmettere le emozioni, è il dovere e il lavoro di ogni bravo gallerista, di un onesto curatore, di un limpido critico: contagiare gli altri con la stessa passione, con le stesse idee e con la stessa forza per far capire come questo innamoramento sia arrivato e poi condiviso e trasmesso a chi lo vede.
L’idea di possedere, di avere e di sconvolgere la parte emotiva più interiorizzata porta all’idea dell’avere, di poter fruire dell’arte attraverso il pensiero e il possesso materiale dell’oggetto in sé, quel quadro, quella fotografia, quella scultura, quell’opera d’arte che diventa esclusiva e unica, il nostro, appunto, oggetto d’amore.
Le parole che condiscono la visione accompagnano lo spettatore verso l’innamoramento, e così avviene che ci si innamora davvero di un’opera d’arte che diventa diversa da tutte le altre e dove davanti ad essa si resta senza parole, con le mani che sudano, con la tachicardia continua, con la felicità e il desiderio di vedere e rivedere creando aspettative.
Perché poi per amore siamo disposti a fare tutto, anche cose impensabili: a rimanere senza dignità, ad avere comportamenti fuori dal comune, a seguire, aspettare, soppesare le parole e i gesti, a percorrere km e a spendere tempo, si è capaci di compiere azioni solo perché dettate dal desiderio di ciò che si ama.
Dell’arte ci si innamora, non ci sono manuali o link web che insegnano l’arte e il suo innamoramento, possono spiegare, aiutare a comprendere gli artisti, il loro percorso, la genesi delle loro opere, si può avere un’impronta storica, critica, mnemonica, ma nulla è paragonabile a quella scintilla che scatta e arriva all’improvviso, capace di sconvolgere così tanto da non tornare più ad essere gli stessi di prima.
Solo che una volta innamorati, beh…è difficile tornare sui propri passi, non si può fare “finta” di quello che è stato, di quello che è accaduto, oramai si è rimasti invischiati, la separazione del “prima” dal “dopo” è matematicamente impossibile, come voler separare l’acqua dal vino.
Ebbene si, si è caduti a piè pari nella passione delle cose e si è rimasti invischiati, uscirne non si può, è un dolce soffrire.
Tutto questo è follia? Assolutamente si. L’amore lo è, l’arte lo è!
Massimiliano Sabbion
 

Friday, July 21, 2017

L'investimento in arte. Comprare o ammirare?


 
Investire in arte non significa necessariamente spendere a livello economico, non si tratta solo di capitale, di denaro che circola e di prezzi di mercato che fanno aumentare o meno un'opera d'arte.
L'investimento artistico sta, prima di tutto, nella scelta delle emozioni che si decide di seguire, bisogna distinguere quindi chi fa del collezionismo a meri fini fiscali e chi invece segue l'arte in quanto passione.
Sono entrambe categorie di collezionisti che coesistono nel mondo artistico ed è giusto e corretto che sia così: ci si veste, ad esempio, per necessità, per gusto, per protezione, per esibizione, per desiderio di avere sempre qualcosa di nuovo, per apparire e così capita per chi colleziona arte.
Tutto parte però da un'unica base, l'innamoramento dell'arte.
Sì, ci si deve innamorare dell'arte per poterla poi comprare, perché l'idea di possedere è insita nel potere d'acquisto tanto quanto il potere di manifestare le proprie pulsioni.
Spesso il "lo voglio" non va di pari passo coi desideri, ma si resta in ogni caso invischiati in un mondo dove forme e colori sono solo la parte iniziale di quello che si vede e che si prova.
L'arte è il veicolo delle emozioni e il risultato, le opere, ne sono solo il mezzo per poterne godere, ecco perché poi l'arte la si desidera, la si vuole, la si possiede, poco importa quale sia poi l'oggetto del desiderio se scultura, pittura, fotografia o video.
Conoscere a fondo ciò che si vede è il primo passo per capire e lasciarsi poi conquistare, l'arte che è presa di istinto, con la pancia, perché piace e perché si lega a qualche ricordo che sfocia in una sorta di petite madeleine proustiana  è l'arte che soggettivamente è più consona all'aspetto di conquista artistica personale: compro e possiedo, circondo i miei spazi solo di ciò che amo.
Non da meno è chi colleziona per investire e far circolare il proprio denaro, creando collezioni che hanno un peso sul valore economico globale finale e finisce così per creare spazi nuovi e aperture nuove.
Il mercato in cui ci si appresta ad affrontare l'arte sarà composto molto spesso da sedicenti insidie e da fuochi fatui, da giovani promesse che svaniranno nell'aria, da storici mai visti e sentiti da decenni, da facili delusi e complicati innamoramenti, da un giro fatto di detraibilità e risparmi con sgravi fiscali, da un meccanismo che muove un motore unico tra finanza e giochi interni.
Comprare il nuovo per lanciare e supportare o coccolarsi nel passato per non avere paura? Sono scelte, ognuno le detta in base al proprio sentire emozionale ed economico.
Eppure anche queste logiche descritte servono e sono utili quanto imprescindibile nel calcolo di un coefficiente artistico, è necessario farlo perché si smuovono così altri fattori quali l'interesse di altri collezionisti, la circolazione e fruizione delle opere, l'apertura delle menti e degli spettatori che ne possono in questo modo godere, l'organizzazione di spazi deputati all'esposizione e, cosa non ultima, lo spostamento di capitali e interessi nelle zone in cui arte e cultura servono all'apertura mentale ed economica.
Le grandi collezioni che debordano ormai in ogni luogo sono lo stimolo per credere ancora che con l'arte si possa creare un gusto per la bellezza e un'attenzione per tutto quello che circonda la cultura e i suoi meccanismi.
Davanti alla monumentalità di potenze economiche che decidono di aprire nuovi spazi espostivi, di essere mecenati di premi e di artisti, di mescolare il loro personale successo con la diffusione di un'idea di dignità artistica in modo da alzare così il livello di guardia verso l'esterno, fioriscono in questo modo le iniziative e le strutture architettoniche che, costruite ex novo o semplicemente restaurate e restituite alla cittadinanza, arrivano a contenere opere, iniziative e mostre di grande risonanza.
Gli spazi e le opere contenute in posti aperti al pubblico ne sono uno esempio ai quali associare nel mondo altre realtà quali, solo per restare in ambito italiano, Fondazione Pinault, Fondazione Prada, Centro Luigi Pecci, Fondazione Beyeler, Fondazione Pirelli Hangar Bicocca, Guggenheim, Fondazione Trussardi, Fondazione Memmo, Fondazione Merz, Fondazione Pastificio Cerere, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Il primo passo avviene in ogni caso con la ricerca nelle risposte alle proprie domande, colmare il pozzo dei desideri è forse ardua impresa ma nulla vieta di investire il proprio tempo in primis e il proprio denaro poi nella ricerca, nello studio, nella visione del bello.
Il costo di una lettura, di una visita ad una mostra, di un passaggio all'interno di una galleria, conta tantissimo, tanto quanto le discussioni da affrontare con gli artisti, con i critici e i curatori, con i direttori dei musei e degli spazi, con i galleristi, perché tutto contribuisce ad entrare in una sola ed univoca logica: l'arte non è uno spazio delimitato da confini, è la somma di esperienze e di superamenti.
Non devono esistere barriere nell'approccio o si è ricchi o si è poveri, e non è una questione semplicemente economica, è una forma mentis, senza eguali.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, July 18, 2017

Ready made e i piatti di pasta all'olio. Il superamento di chi sa cambiare!


 
L’affermazione che una persona creativa dà di sé e del suo lavoro può condurre al pensiero di ciò che la sua peculiarità operativa conduce a fare: io sono un artista.
Sì, colui che produce opere d’arte é un artista, un emozionale personaggio che si fa portavoce di sentimenti, idee e pensieri a favore di altri che non riuscendo ad esprimerli trovano nel veicolo artistico il prodotto di quanto percepito, ma non plasmato, a questo ci pensa, appunto l’artista.
Ma chi è l’artista? Quale definizione migliore lo identifica?
In fondo tutti nel loro mondo sono degli artisti dalla sarte al cuoco, dall’idraulico al fiorista, perché il talento di cui ognuno è dotato lo rende eccellente nella sua materia.
Il dono ricevuto fa della professione il proprio vanto e ne diventa lavoro, e il lavoro è da considerarsi sempre come impegno, studio, dedizione e soprattutto fatica, perché lavorare è faticoso, occupa tempo, energie e forze.
Non basta la fortuna o l’indirizzo corretto per raggiungere la via, ci vuole preparazione, costanza, bisogna provare, tentare, avere anche l’incoscienza di rischiare, ma una volta che si é padroni della propria consapevolezza, dopo che si conosce la tecnica e la materia, il lavoro creativo, le stesse intuizioni geniali pervengono senza nessuna fatica di sorta.
Un piatto di pasta cucinato e condito con un po’ di olio e parmigiano non fa del soggetto uno chef stellato, é solo sopravvivenza culinaria per colmare la fame, la ricercatezza di un piatto non serve per riempire lo stomaco, ma per meglio apprezzare sapori, combinazioni, gusti ed esaltare il senso del piacere ad ogni morso e si degusta così un senso di soddisfazione sia visiva sia culinaria.
Uno chef saprà, attraverso la scelta accurata degli ingredienti, trasformare un semplice piatto di pasta in un’esperienza unica, in una vera e propria esplosione di sapori mai provati, di cose nuove, di realtà mai immaginate prima.
Perché? Semplicemente perché la sua dedizione, il suo essere professionalmente competente, lo differenzia per esperienza e scelta qualitativa da altri suoi colleghi e, soprattutto, da chi come pubblico saprà riconoscere e apprezzare le sue particolarità.
Bisogna, in questo frangente per riuscire a trasformare le proprie qualità, essere stimati e giudicati e andare esattamente oltre il proprio piccolo muro di cinta fatto di tecnica si, ma soprattutto di intuizioni e di studio.
Nella storia dell'arte gli artisti si sono sempre sfidati in primis con se stessi, riuscendo ad andare oltre al linguaggio iniziale per completarne poi uno unico che ne diventa il tratto di riconoscimento effettivo.
L'arte classica e moderna comparano gli artisti in base all'abilità rappresentativa e tecnica: gli artisti dovevano essere assolutamente capaci di disegnare, dipingere e scolpire, solo così le eccellenze sono emerse proprio perché i migliori nel settore: Giotto, Michelangelo, Raffaello, Leonardo erano capaci di usare tecnica e materiali.
Nell'arte contemporanea il linguaggio cambia, non è necessario avere una formazione classica in arte, non sempre gli artisti che si presentano sanno disegnare o scolpire, ciò che conta è come l'artista riesce a dire le cose, con quali mezzi e, soprattutto, con quali risultati poi.
Non importa che a produrre le opere sia poi un capace artigiano, posso delegare un terzo a compiere ciò che la mia manualità è incapace di esprimere, è il successo che si basa sulle geniali ricerche e sui lavori di Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Jeff Koons solo per citare qualche nome.
L'artista quindi è chi realizza l'opera in sé o chi esplora nuovi linguaggi e argomenta in modo differente lanciando l'idea e facendola poi realizzare da altri?
La tecnologia, le scoperte scientifiche, la globalizzazione, giungono all'arte dominando lo spazio creativo che solo l'artista sa cogliere e restituire, quell'anonimo piatto di pasta all'olio diventa quindi l'eccellenza tra i piatti, perché condito con qualcosa di speciale e di diverso: lo scavalcamento del confine conosciuto e tutto non diventa mai anonimo, mai banale.
Marcel Duchamp in fondo lo aveva già in qualche modo procrastinato: i ready made sono semplicemente un cambio di prospettiva di ciò che si vede, perché ciò che importa nell'arte odierna non è (solo) scandalizzare, urlare, demolire, ma superare, superare limiti, fonti e barriere.
Massimiliano Sabbion
 

Friday, July 14, 2017

Realtà e astrattismo. Arte: il superfluo di cui non possiamo fare a meno.


 
“Lo scienziato non porta niente di nuovo. Inventa soltanto ciò che serve.
L’artista scopre ciò che non serve. Porta il nuovo”
(Karl Kraus) 

Perché siamo così legati alla realtà? Il mondo reale ci dà sicurezza, appiglio nel caos quotidiano, rifugio dalle mille cose che invadono cuore e mente e si finisce per ricorre in questo modo alla certezza di un’immagine che riproduce il vero, il mondo circostante.
Spesso davanti ad una riproduzione scultorea o pittorica si sente esclamare “È così bella che sembra vera, viva!”, “Quel quadro pare una fotografia”, “Si ha la sensazione che parli, che si muova”.
La riconoscibilità di qualcosa che sia vivo, reale, porta a dare allo spettatore un confronto con la sua quotidianità, con elementi che gli sono congeniali e si arriva a decodificare e confrontare il tutto con l’esperienza personale.
Il paragone con la realtà in arte può essere disturbante o talmente aderente alla mimesi del vero che ci si scorda che l’arte è solo una mera rappresentazione del reale e frutto della creatività e fantasia del suo autore.
Anche quando si cerca di fissare l’attimo reale con mezzi visivi più contemporanei e disparati come video o fotografia, il risultato risente sempre della sensibilità di chi filtra la realtà con l’approccio emozionale e creativo.
L’astratto e il concettuale costringono a pensare, a decifrare ciò che si vede, ad avere una chiave di lettura per entrare dentro i pensieri e farne scaturire altri ancora a chi osserva, con il reale si “guarda”, con il concettuale si “vede”, si va oltre al meccanismo visivo che interpreta e riconosce il soggetto rappresentato.
La perenne diatriba tra astratto e realismo non troverà mai un vincitore, il mondo dell’arte ruota attorno al concetto di reale e di immateriale, a volte entrambe le scuole di pensiero gareggiano e si rincorrono, passano dall’una all’altra parte, giocano per mezzo degli artisti e si riflettono via via   nelle opere che si contaminano tra loro, si sovrastano negli stili e nei risultati, si dividono, camminano per sentieri separati, si incrociano, è una storia fatta di amori e di odi, ecco cosa sono in fondo realtà figurativa e  concettualismo.
Il figurativo arriva spesso ad essere più amato perché è più riconoscibile, perché ci sono più metri di giudizi e il confronto con la realtà è evidente e immediato.
Lo sforzo intellettuale si ferma al mero riconoscimento del soggetto proposto, ma la realtà così come viene raffigurata è sempre menzognera, falsata, perché è la realtà visiva proposta dall’occhio di un attento osservatore che la muta a suo piacimento, a seconda della sua sensibilità, è la visione dell’artista quella che è proposta.
Si pensi, ad esempio, al mondo della pubblicità che invade quotidianamente la nostra giornata, uno spot pubblicitario è il risultato di una serie di emozioni che cercano di catturare in primis l’attenzione dello spettatore, si ricrea una situazione in cui il prodotto posto in visione diventa il protagonista dello sketch per i secondi in cui compare e sulla quale si costruisce il piano di vendita perché diventi l’oggetto del desiderio dello spettatore.
Le situazioni create sono distorte dalla realtà, a volte surreali, a volte astratte e così si finisce poi per riconoscerla questa realtà: nessuno si alza al mattino felice per far colazione con i biscotti tempestati di gocce di cioccolato, nessuna mamma accoglie sorridente il figlio sporco dalla testa ai piedi perché può finalmente lavare i panni con il nuovo super detersivo, nessuno impazzisce di gioia per aver provato le magiche proprietà di uno yogurt, tutto è reale, ma tutto è illusorio.
Perciò anche la realtà che ci viene presentata nella pubblicità non è solo il frutto di una fantasia al servizio di un messaggio? Perché quindi questa realtà ci piace così tanto sapendo che, fin da subito, non è vera? Perché a tratti ci si immerge e riconosce e si individua ciò che è vero da ciò che non lo è, perché la creatività si rapporta con la mimesi della realtà, ma non è la realtà, ne è una traccia.
Gli Impressionisti, ad esempio, fissarono l’attimo in cui il soggetto viene osservato, ciò che si vede è ciò che è suggerito dall’occhio ed è la rappresentazione del mondo circostante, ne è un’interpretazione visiva il più possibile aderente alla reale.
Sembra impossibile che su una tela si possa bloccare il tempo, lo spazio, un’idea, un pensiero e trasformare tutto in un’emozione, l’aderenza alla realtà è il riconoscimento di un mondo quotidiano, la visione di un concetto è il simbolo di una bellezza che non si può toccare, ma solo sentire.
Perché amiamo la realtà? Perché ci dà punti fermi.
Perché sviluppiamo il mondo astratto e concettuale? Perché ci dà modo di dare voce alle idee non percepibili fisicamente.
Perché amiamo l’arte? Perché l’arte è il superfluo, il superfluo di cui non possiamo fare a meno.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, July 11, 2017

Passione: tormento ed estasi.


 
Ci vuole passione per riuscire ad arrivare fino alla fine di un percorso, costanza, impegno e fatica saranno ottime compagne, ma prima di tutto la passione.
La passione, causa scatenante che mette in moto la creatività, che aguzza l'ingegno, che crea contatti, che fa spostare le persone, che si arricchisce con la visita di nuovi luoghi, tutto si muove se a partecipare arriva il perseguimento di un risultato che ci si è prefisso.
La passione è, per citare un film del 1965 sulla vita di Michelangelo Buonarroti, "Il tormento e l'estasi" di ogni artista, in cui si accompagna spesso ad una furia creativa che sfocia nella rabbia interiore, dove la creazione è spesso una tortura: andrà bene? Potevo fare di più? Cosa penserà il pubblico? È quello che davvero volevo esprimere? È il percorso visivo che volevo ottenere?
L'estasi, è l'incantesimo che si crea quando l'ebbrezza del lavoro è terminata e bastano poi quei pochi istanti di godimento in cui il suo autore si bea del risultato, pronto però già al pensiero successivo per anticipare e superare quello che si è appena prodotto.
Senza la voglia di fare, senza la passione che spinge a migliorarsi, a sperimentare e a mettersi costantemente in gioco non ci sarebbe possibilità alcuna di nuovi risultati e nuove conquiste personali e collettive.
Il mondo dell'arte è sempre in interrotto mutamento, ad artisti susseguono altri artisti, ad idee nuove idee, ad un decennio storico un altro decennio storico, sempre mai scordando, ma superando e affiancandosi, a quello che già il passato ha fatto e detto: con l'arte non si arriverà mai alla parola "fine".
Così nell'arte si ha modo di vedere cosa l'uomo nei secoli ha prodotto, le immagini e le conquiste visive sono il terreno fertile per le conseguenti generazioni e il punto di base per una storia che si crea giorno dopo giorno.
Da Giotto che ha sdoganato e rivoluzionato il modo di vedere e concepire la natura e il realismo, da Masaccio che ha dato vita alle emozioni terrene, fino a giungere a tutti gli artisti rinascimentali che hanno lasciato l'impronta tra segno e colore quali Leonardo da Vinci, Michelangelo, Giorgione, Tiziano, Rubens, Caravaggio, solo per citare qualche esempio, perché si ricordano sempre in fondo i soliti noti e coloro che hanno dato la svolta al mondo avvenire.
Non vanno però dimenticati tutti quegli artisti minori che sono il vero motore dell'arte, quelli che hanno fatto da filtro tra i grandi linguaggi innovativi e il mondo passato, spesso anonimi e dimenticati dai più e dalla storia ma tanta parte hanno avuto poi invece nella diffusione delle idee e dei concetti di artisti così troppo grandi per essere capiti e fagocitati in una società non ancora pronta a riceverli.
I tanti giotteschi, leonardeschi, caravaggeschi e "maestri di" si sono disseminati nel tempo perché forse, per capacità compositiva e tecnica, non hanno avuto la stessa forza dei grandi ai quali si sono rifatti, ma hanno saputo però capire e cogliere l'essenza della novità e del moderno che stava pian piano avanzando.
Il discorso non cambia neppure con il mondo contemporaneo, dove gli artisti diventano il punto chiave per la lettura di tempi successivi: Paul Cézanne, ad esempio, definiva la sua pittura oltre l'Impressionismo in quanto con una tematica e poetica che sarebbe stata capita solo dalle generazioni successive come fonte ispiratrice del mondo del Cubismo e osannato da Pablo Picasso e i suoi compagni; Marcel Duchamp, padre putativo di tutto il Novecento concettuale che passa da Piero Manzoni a Maurizio Cattelan, acclamato e criticato per il suo modus operandi di concepire l'arte senza mai scordarne però significati e concetti anche quando l'arte fatta in maniera classica viene deturpata o alterata, provocatoriamente, come nel caso della Gioconda coi baffi  L.H.O.O.Q. del 1919.
La passione, i tormenti, le estasi, le osservazioni contemporanee degli artisti danno voce a proprie concezioni, visioni di perenni cambiamenti che si riflettono poi nel quotidiano, lasciando uno spiraglio per il futuro, per chi saprà cogliere un nuovo attimo con nuove passioni, nuovi tormenti, nuove estasi e nuove osservazioni.
Massimiliano Sabbion
11.07.2017

Friday, July 7, 2017

Arte. Tra gli ostacoli e le speranze, sino alle stelle


Per aspera ad astra
(Cicerone) 

La voglia di vedere cose nuove e di abbeverare gli occhi nelle opere d’arte sembra non sia mai abbastanza appagata visto che ogni giorno vi sono numerosi eventi, mostre, esposizioni, convegni e dibatti sull’arte e su ciò che si produce un po’ ovunque e in tutte le città.
In mezzo ad un marasma visivo che spesso arriva a confondere e a non avere vero discernimento tra ciò che è da considerarsi arte e ciò che invece è solo puro ed abile artigianato o, peggio ancora, visioni di vere e proprie ciofeche esposte come “opere”, gli occhi si ritrovano ubriachi di immagini e di produzioni spesso discutibili.
Non sempre il desiderio corrisponde poi alla realizzazione del bisogno che si ha, molti artisti che dicono “io amo l’arte” a volte dovrebbero porsi la domanda se davvero l’arte ami loro.
No, non è un pensiero intriso di acidità e cattiveria, ma solo una constatazione nel vedere che un piacere quale dovrebbe essere in primis la creatività, si trasformi invece in un’arma a doppio taglio col rischio di apparire scontati, ridicoli e fuori da ogni logica di bellezza e pensiero ideologico.
Rimane sempre valido il classico esempio del cantare sotto la doccia per puro piacere o quello di esibirsi in maniera professionale in uno stadio gremito di persone che sono pronte ad ascoltare e dar giudizi obiettivi, senza filtri.
È lo stesso motivo che ci spinge ad udire una voce aggraziata e ad allontanare invece chi gracchia suoni e melodie inascoltabili: la scelta arriva quasi in maniera sistematica.
La crescita di ogni creativo è fatta di sacrifici, di ricerca, di studio (tanto studio) e non solo di visibilità e apparenza, si può essere sostenuti da un critico, da una galleria o da una istituzione, si può creare una pagina Facebook o un sito internet, si possono mandare newsletter e creare rete di contatti, ma il risultato non cambia se manca la sostanza in cui immergersi e la voglia di perdersi tra forma e contenuto.
A volte si ha paura di urtare la sensibilità altrui confermando o meno il risultato di un lavoro compiuto, a molti viene facile sparare a raffica senza farsi problemi, magari giudicando solo per il gusto di farlo, prova ne resta la quotidiana battaglia che si intraprende con la tastiera di un pc in qualsiasi social: tutti leoni a sparar sentenze o a bearsi di esser migliori di chi posta un’immagine o un pensiero.
Giudicare e sentenziare senza obiettività sembra diventato lo sport preferito dell’anonimo utente per uscire dall’ombra: sancisco, dunque sono.
Quanti sono i commenti dettati dalla rabbia repressa di chi non si sente apprezzato e stimato e subito dopo si sente in diritto di attaccare i pensieri e le opere altrui con spregio? È davvero necessario incanalare la rabbia con altra rabbia e disprezzo? Non sarebbe meglio più che tentare e tentennare nelle cose capire invece i motivi per il quale non si è apprezzati o non si va oltre a piccole esposizioni e circuiti pressoché locali?
Certo, ad alcuni basta il minimo riconoscimento o semplicemente l’esprimere senza avere altre pretese, ma se davvero l’opera d’arte vuole essere poi condivisa con tutti e se davvero ha una sua valenza, prima o dopo il riscatto arriva e la visibilità e il riconoscimento andranno di pari passo.
Il caso della fotografa Vivian Maier è solo uno degli ultimi esempi, personalità sconosciuta, dimenticata la sua storia insieme ai suoi rullini non sviluppati composti da migliaia di foto mai viste dalla stessa artista, persa nel suo anonimato e riscoperta quasi per caso, senza bisogno di clamore, solo con il passaparola e il riconoscimento collettivo della grandezza che esce dai suoi scatti.
L’affanno per voler essere identificati in mezzo alla massa è forse il vero male moderno di chi desidera essere valorizzato ad ogni costo, dimenticando che il tempo, la pazienza e l’osservazione sono elementi che non si ottengono subito, ma con piccoli passi, giorno dopo giorno.
In un mondo in cui la mediocrità è sempre più dilagante e la qualità delle cose sembra scomparire, è bene autoescludersi piuttosto che voler apparire ad ogni costo, l’arte e il giusto valore appaiono sempre, anche tra gli ostacoli e le speranze, sino alle stelle.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, July 4, 2017

Unbelievable: l'arte è morta! Bombe visive contemporaneamente quotidiane


 
Ogni giorno, ogni ora, ogni istante della nostra quotidianità si è stimolati visivamente da immagini e da input che solleticano il nostro cervello con mille emozioni e pensieri.
Dal suono della sveglia al mattino con l’occhio che cade subito sul cellulare a controllare le pagine dei vari social network, con un insieme di foto e immagini che scorrono in Facebook e Instagram, alla colazione fatta sfogliando un giornale o guardando la tv per poi uscire e rimanere attoniti di fronte ai numerosi cartelli pubblicitari disseminati per strada, sugli autobus, nei volantini appiccicati al vetro dell’auto in sosta, mail che arrivano sul cellulare, immagini di gattini e albe che danno il buongiorno spediti via whatsapp
È un insieme eterogeneo di cose dove nulla è lasciato al caos (si si, caos e non caso!), bombardati in questa nuova società fatta di provini e reality dove uno su mille ce la fa e gli altri si scatenano come leoni da tastiera con l’amaro in bocca perché è più facile dare la colpa agli altri che imputarsi un fallimento, un’instabilità emotiva che va di pari passo con una precarietà professionale.
Un passo falso e tutto si scatena in altre immagini e altre visioni, un passo giusto e si è nuovamente al centro dell’attenzione, tutto si rappresenta e tutto diventa rappresentazione e così fino alla fine del giorno quando i pungolamenti visuali ci accompagnano fino all’ultimo, fino a chiudere gli occhi e rielaborare il tutto attraverso i sogni.
Come può quindi un artista emergere in mezzo al caso fortuito (si si, caso e non caos!) da cui può nascere un’idea? Per un attento osservatore della quotidianità “guardare” non è “vedere”, si è sempre attenti a ciò che guarda, perché si presuppone che un minimo di attenzione arrivi e sia regolata da un percorso visivo stimolato e imparato con il tempo: più si guarda meno si vede e più si apprende.
Il rischio di cadere nel plagio o nel copiare qualcun altro esiste, ma oggi più che mai le molteplici discipline visive hanno portato ad una bulimia di forme, di colori e di idee che si mescolano globalmente finendo per oberare gli spazi e i tempi di diffusione: a volte tutto si brucia, altre si perdono, difficile rimanere al passo.
È importante per un artista, per un creativo, lasciarsi andare e restare piacevolmente invischiato nelle idee e nelle immagini di altri per poterne trarre ispirazione e fonte per le proprie creazioni, così come è altrettanto fondamentale continuare con le proprie sicurezze e certezze senza mai snaturare la propria intima ricerca personale.
Innegabile quindi quel sapore di "già visto" e di "già sentito" quando ci si approccia tra le immagini e le idee, significa quindi che la creatività è arrivata alla fine? Si può decretare allora che nulla di nuovo è creato o prodotto in quanto tutto già fatto e superato? Si è vicini, ormai, alla morte dell'arte? NO!
L'arte è evoluzione continua, anche quando sembra che il mondo sia sommerso dalla crisi sociale, economica o visiva è allora che l'accento è posto sugli artisti e sull'arte tutta.
Giotto con le sue forme e lo studio di una natura viva ha cambiato la storia dell'arte così uguale a se stessa precedentemente, la forza di Masaccio ha influenzato grandi artisti quali Michelangelo, la diaspora dopo il Sacco di Roma nel 1527 ha diffuso idee e stili in tutta Europa decentrando gli artisti dalla capitale in tutti i paesi e contribuendo così alla diffusine dei nuovi linguaggi con sperimentazioni che già con il Manierismo erano avvenute.
Lo stupore del Barocco e il trionfo di quella "pasticceria" visiva del Rococò hanno dato vita all'opulenza e alla sovrabbondanza di artigiani-artisti, il Realismo Ottocentesco e le sperimentazioni Impressioniste, amate ed osteggiate aprono poi lo scenario al mondo contemporaneo che si fa curiosità, sperimentazione, provocazione, sogno, delirio, denuncia… e a tutt'oggi non si è placata la ricerca visiva.
Un esempio? Le continue Biennali d'arte in tutto il mondo, la voglia di conservare il passato, le prove continue per continuare a fare arte, parlare d'arte, giocare con l'arte.
L'arte contemporanea che vive oggi di ritorni e di ripensamenti guarda al passato e si trova, ad esempio, al centro dell'opera di Damien Hirst nell'ultima mostra a Venezia presso la Fondazione Pinault, Treasures from the Wreck of the Unbelievable, dove la fantasia, il falso storico, i miti e le leggende si sono fusi in un unicum che ha creato una traccia umana indelebile racchiusa in uno scrigno prezioso dove convivono passato e futuro, qualcosa di, appunto, Unbelievable.
Essere costantemente sotto pressione di immagini dalla mattina alla sera porta alla bulimia visiva tanto da non riuscire a distinguere reale dal falso, ma l'arte non è la mimesi del reale? Quindi non è riproduzione del vero, ma falsata visione tratta direttamente dai sogni, i sogni di un creativo.
Massimiliano Sabbion