Tuesday, March 28, 2017

Il sapore della ciliegia. Il piacere di assaporare cose belle


 
"Cambia idea.
Non hai mai guardato il sole al mattino?
Hai visto la luna? Non vuoi più vedere le stelle né l’acqua di sorgente?
Vuoi privarti del sapore della ciliegia?"
("Il sapore della ciliegia" - film di Abbas Kiarostami, 1997) 

Che cosa emoziona uno spettatore? Cosa fa scattare in noi l'idea di bello e di piacevole? Quali sono le idee che scaturiscono nel piacere?
La visione, i sensi, il bello e il brutto soggettivo e oggettivo, tutto contribuisce a far si che ciò che piace arrivi dritto al cervello passando per il cuore e agendo spesso d'istinto.
Ad esempio, un cesto di ciliegie porta alla mente di chi scrive un ricordo sopito di bambino curioso che, insieme al nonno, era solito raccogliere questi rossi e dolci frutti dalla pianta del giardino di casa, il loro colore rosso, la lucentezza, la dolcezza al palato, sono diventati col tempo l'idea di una petite Madeleine proustiana che fa riemergere, uno dopo l'altro, ricordi e piaceri.
Una ciliegia, diventata col passare degli anni un piccolo rifugio dal mondo e dal quotidiano, è associata ad un piccolo piacere, ad un momento d'infanzia felice e pieno di vita, di colori, di gioia.
Un breve momento di ricordo che, con gli anni, è rimasto in un cassetto pronto ad aprirsi all'occorrenza e a farsi beato di ricordi e immagini che la vita spesso falsa grazie alla memoria e alle percezioni.Immagini, sono loro le responsabili del viaggio mentale emozionale che parte e arriva ad ognuno di noi, ogni spettatore diventa osservatore di sé prima che del mondo circostante, bagagli di cultura personale che si fondono con il mondo esterno, petite Madeleine che arrivano, passano, giocano e si soffermano per poi riprendere la loro strada, nuovi ricordi da mettere nel cassetto della memoria che si sommano e scalzano altri più in fondo che poi salteranno fuori senza neppure chiederlo e senza accorgersene, un po' come succede con quel paio di calzini nascosti in un angolo in fondo in fondo, nel buio, senza bisogno di cercare la memoria (e i calzini) poi scattano fuori!
Qual é l'immagine che più identifica un percorso svolto nella vita? Una scampagnata con i cugini lungo gli argini di un fiume in primavera? Un castello di sabbia al mare? Il profumo del ragù la mattina presto nei giorni di festa? Un artista sconosciuto e amato e poi rivisto e studiato da adulti? Le immagini hanno la loro forza, sono la nostra forza, ci si aggrappa nei momenti in cui la nostra mente e sensibilità abbisogna e non si lasciano andare quasi come porto sicuro per una nave in tempesta. Sì, una tempesta emotiva fatta di compiti e doveri, di gente che ogni giorno arriva e si perde, di nuovi affari e nuove proposte, di giorni che si fanno sere e via via fino a completare un tempo che a tutti è dovuto, ma che a nessuno è regalato.
Un artista con le sue immagini arriva al cuore di ognuno, non lascia mai solo la propria interpretazione, ma si fa portavoce di un pensiero comune, esprime se stesso e nello stesso tempo racconta un momento intimo che riesce poi a condividere con l'esterno, è un continuo mostrare e mostrarsi.
Nelle immagini si ritrova l'artista, ma pure un po' di noi, noi spettatori.
Un'opera di Pablo Picasso é indubbiamente un'opera di Pablo Picasso, per stile, segno, colore, modo di esecuzione, così come per Marc Chagall o per Lucio Fontana, Giotto sarà sempre Giotto così come Michelangelo sarà sempre Michelangelo, perché le loro opere sono le loro immagini, sono i loro cassetti aperti, le loro ciliegie che riempiono gli occhi prima e la bocca poi.
Capita lo stesso con le opere d'arte, prima ci si riempie gli occhi, si guardano le forme, i colori, le pennellate su una tela, i segni in una scultura, i suoni di una voce che parla, poi ci si riempie la bocca con altrettanta dovizia e allora, solo allora, le parole escono, anche quando si sta muti e non si può far a meno di parlare, perché il silenzio è già una forma di comunicazione, col silenzio le parole dettate dagli occhi escono poi meglio.
Diffidare di chi parla parla e poco ascolta o poco vede, perché riesce solo a guardare se stesso e mai oltre, le parole non sono mai sincere e sentite, anche chi produce arte senza anima, senza colmare gli occhi alla fine ingurgita parole non richieste, parole non mai espresse.
Le ciliegie più buone? Quelle lavate sotto il rubinetto dell'acqua in giardino dal mio nonno, fresche e desiderate perché provenienti direttamente dalle sue mani, le più rosse e le più gustose perché regalate con gli occhi, conservate con il cuore, ma soprattutto donate.
Le opere d'arte più buone? Quelle desiderate e provenienti dagli studi d'artista, dagli atelier, dai garage, dalle stanze che sanno di sogni, derivate direttamente dalle mani di chi ha creato, le più indimenticabili e gustose perché regalate con gli occhi, conservate con il cuore, ma soprattutto donate.
La fame d'arte non si placa poi, spinge l'uomo a volerne ancora, ancora e poi ancora, perché di occhi che si aprono ogni giorno e di bocche che si riempiono c'é sempre bisogno e l'arte, gli artisti e le opere stesse sono come il vecchio detto per le ciliegie, una tira l'altra, ancora, ancora e poi ancora...
Massimiliano Sabbion
 

Friday, March 24, 2017

La passione che tutto (s)muove. Il proprio credo da esprimere


 
Ogni passione porta sempre con sé la voglia di analisi, di curiosità e, soprattutto, la necessità di poter esprimere ciò che si sente, indifferentemente se ci sia il plauso o meno del pubblico.
Quello che interessa davvero è continuare a discapito di tutto e tutti, si, continuare a parlare serve poco, conta invece coltivare le proprie passioni, il proprio credo.
Nessuna aspettativa, nessuna ricerca di approvazione, nessuna certezza se le cose che si compiono siano quelle più giuste da intraprendere, ciò che più arriva al cuore è la pura convinzione che senza passione non si realizzano né sogni né certezze.
Non importa che si faccia l’artista, il ballerino, il cuoco, l’assemblatore di puzzle, il collezionista di reperti, la cake design o qualunque altra attività, ciò che davvero è fondamentale rimane lo scoppio creativo più che lo scopo.
Credere nelle cose significa non arrendersi mai, non abbattersi e guardare in faccia se stessi prima che le approvazioni dipinte sul volto altrui, l’odore del successo può inebriare e confondere, ma alla fine i conti si presentano sempre: si è felici con le scelte fatte?
Prima di morire di AIDS il ballerino Rudolf Nureyev scrisse “Lettera alla danza”, una dichiarazione d’amore per la sua vita, senza rimpianti, senza vergogna, senza bisogno di giustificare null’altro che la sua passione, la danza, responsabile della sue scelte, delle sue lotte e della sua formazione come uomo.
Le sue parole dicono molto, fanno scaturire la bellezza di chi ha votato la sua esistenza all’arte stessa, senza mai scadere nel ridicolo, ma lottando e credendo con forza nell’unica cosa che ogni giorno gli procurava piacere, diventando poi essenziale come l’aria che si respira.
“Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria.
(…)
Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita.”
Nella quotidiana ricerca di sé capita spesso di imbattersi in persone che lottano ogni giorno con le difficoltà proposte dalla vita che, piccole o grandi, distraggono dalle vere passioni e obiettivi proposti, ma la passione vince su tutto e non importa se ci si ritrova a combattere con i figli da mandare a scuola con i compiti da svolgere, con il pranzo e la cena da preparare, le password d’accesso per entrare in rete, un lavoro da commessa o impiegato che serve a sopravvivere…
E sempre più le frasi di insoddisfazione si accavallano e si scorda o accantona la passione che, allora, vera passione non è perché se una cosa la si vuole si lotta per conquistarla, si fatica, ci si mette in gioco, si molla tutto e si ricomincia, non si colpevolizza né troppo se stessi né gli altri specie quando al mondo esterno si dà la colpa di tutto.
Rudolf Nureyev lavorava nei campi prima di danzare, Nicolas Cage vendeva popcorn in un cinema, Sean Connery invece era un bagnino, Julia Roberts lavorava in una gelateria, Stephen King ha un passato da bidello, Mick Jagger operava come facchino in un ospedale psichiatrico, Rod Stewart faceva il becchino al Cimitero, Tom Waits lavorava in una pizzeria, Vincent van Gogh commesso in una libreria e predicatore religioso.
Tutto per seguire, mille lavori o impieghi servono solo per tamponare la vera natura per il quale si è nati e portarti, ci si adatta, ma non si scorda quello che fa si che ci si svegli la mattina con la voglia di continuare a provare e riprovare, nutrendo la propria vita.
Si persevera, si combatte, si crede nella passione che fa fare cose inimmaginabili e impensabili, sopire ed arrendersi significa non averci creduto abbastanza o forse la passione che si pensava di avere non era davvero così forte come si credeva.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, March 21, 2017

L'arte è una questione di pelle, epidermide di emozioni


 
"La cosa più profonda di un uomo è la pelle"
(Paul Valery) 

Una sensazione. Quando qualcosa si insinua e piace o, al contrario, si allontana invece dai nostri piaceri la prima ad assaporarne l'impatto è la pelle, come? Con un brivido o una percezione di calore diffuso che si pone tra l'esterno e l'emozionalità del vissuto, il nostro corpo.
L'arte è così, come la pelle, dà i brividi, è il limite tra esterno ed esternalizzazione, l'arte è la pelle su cui si indagano le sensazioni, la critica di sé, la storia, dove si gettano le basi future senza scordare di guardare indietro.
L'arte è il confine, la pelle è il confine.
La pelle è il luogo di contatto tra l'uomo e il mondo, l'arte è il luogo di contatto tra l'uomo e il mondo.
La pelle è quel punto che si incide di emozioni, su cui il pensiero lascia le sue tracce.
L'arte è quel punto che si incide di emozioni, su cui il pensiero lascia le sue tracce.
La differenza non c'è, non esiste discordanza tra arte e pelle, entrano e si insinuano e continuano a far parte per la vita, difficile poi togliersi la pelle dal corpo, così l'arte, difficile togliersela di torno.
Si possono fare mille altre cose nella vita, si può sopravvivere in un call center, lavorare come commessi in un negozio, recitare in una fiction e avere una diversa visibilità, ma l'arte reclama e ritorna prepotentemente a bussare alla porta per entrare.
Come la pelle, la si può maltrattare e odiare, violare, mordere, graffiare, ma lei ci segue e rimane la traccia visibile della vita di ognuno, è un'impronta che segna ed identifica chi siamo.
La pelle, lo strumento percettivo ed ematico per eccellenza, la pelle che si lava, si nutre, si protegge, si tocca, si accarezza, si odora, si copre, si scopre, si sfoglia, si rigenera, si assaggia.
Ci si confonde nella pelle, trasmette quel calore che riscalda, si modella e si imprime sul corpo, trattiene il colore delle carni, apre i pori al piacere.
La pelle gela e trema fra i sudori.
La pelle è stata ed è la ricerca di molti artisti contemporanei perché è l'esplorazione dell'interiorità e dell'emotività, è un momento di incontro tra l'espressione creativa e la sensazione che se ne ricava, opere inscenate da Marina Abramovic, Vito Acconci, Matthew barney, Joseph Beuys, louise Bourgeois, Marcel Duchamp ne sono solo l'esempio.
Arte e corpo, arte e pelle, tra la tecnologia e la carne, tra la dimensione privata e la comunicabilità con il mondo, tra segni e disegni, tra il divenire e il rigenerarsi, la pelle è lo strumento primario dell'arte contemporanea.
La pelle diventa la superficie che subisce gli effetti delle mode, delle influenze e della influenza estetica, del glamour, con innesti, tatuaggi, piercing, deformazioni, la pelle assorbe il ciclo vitale del mondo.
Paesaggi umorali identificano la pelle, un delicato soffio che diventa sensore di tutti gli stati umorali ed emozionali più profondi, la pelle è un contenitore di pulsazioni che non si riescono a trattenere come il respiro e il battito cardiaco, la pelle suda e si raffredda ed è l'indicatore delle percezioni.
L'importanza di velare o svelare un corpo diventa l'esigenza per porre l'attenzione sul significato che si fa ricerca nell'arte di artisti come Franko B, Gilbert & George, Yves Klein, Orlan, Yoko Ono, Gina Pane, Cindy Sherman, Araki, Francesca Woodman.
La pelle è la parte che identifica chi siamo, la si può segnare e costringere, colorare, modificare, ma ritorna a galla in fondo la sua forma originaria, anche se rinnegata o tralasciata, avviene la stessa cosa per chi si arrende e accantona l'arte: non si cambia, non si modifica, non si sopisce l'arte, si vive e si cambia, ma non si scorda l'amore che è inciso dentro la pelle, oltre l'epidermide, è lì che si trova il senso della passione e dell'arte, nell'anima.
Massimiliano Sabbion
 

Friday, March 17, 2017

Confronti e non conferme. L'importanza di essere onesti (con se stessi)


 
"Una ricerca abbastanza lunga tenderà a confermare ogni teoria"
(Arthur Bloch) 

Si parla sempre, per mezzo dei canali di diffusione come giornali e web, di opere d’arte rivolte al pubblico, di artisti che "colloquiano con gli spazi", si cerca sempre in qualsiasi modo il consenso dello spettatore e si resta vigili e attenti nei confronti del giudizio dell’osservatore.
Tutto ruota attorno alle conferme che arrivano dall’esterno, in special modo quando un artista espone i suoi lavori, lavori fatti di ricerca, idee, creatività, ma nessun colpo di genio o botta di fortuna contraddistingue la buona riuscita di un’opera d’arte, solo pazienza, lavoro e confronto.
Si, il confronto, forse l’elemento principale alla quale bisogna dare sempre più adito e spazio, confronto da non confondere con la competizione, fare arte non è una gara a chi è più riconoscibile o vendibile, fare arte è parlare e creare è portare avanti un proprio sentire, un’emozione in mezzo ad una rosa di altre emozioni.
Tutti i giorni si è continuamente bombardati di messaggi visivi che cercano un’approvazione collettiva; paragoni, comparazioni e conferme sul status del consumatore e dello spettatore arrivano con cadenza regolare nell’arco delle ventiquattro ore: mangiare, bere, vestirsi, vivere nella società, far l’amore, avere un hobby e programmare il relax, tutto si confonde in questo globale sistema fatto di notizie e osservazioni.
Per essere sereni allora si ha bisogno di essere riconosciuti, si necessitano conferme perché altrimenti si rischia di essere isolati e di non far parte della massa e non solo, si ha la sensazione di andare contromano contro la folla che procede compatta verso un’unica direzione: chi è quello sbagliato? Chi va contro ad un sistema preconfezionato o chi segue il flusso sociale?
A volte essere rivoluzionari significa anche continuare a sostenere le proprie idee e convinzioni, senza scadere nel ridicolo ed essere pateticamente fuori dal coro con un’idea o una creazione mai fatta prima.
Se la creatività non ha limiti si è sicuri che quello che si produce sia un’opera geniale solo perché prima nessuno l’ha mai realizzata? È bene sempre porre sul piatto della bilancia il peso giusto delle cose, se un’idea non è mai stata realizzata prima questo, non significa che sia una buona nozione, forse è stata scartata da tutti proprio perché non aggiunge nulla di nuovo o forse proprio un’idea acutissima lo è e allora per primi la si concretizza.
Più che le conferme contano quindi i confronti, lo studio del passato, l’immergersi nella storia, la valutazione di altri contemporanei, senza paura di sminuire il proprio operato o di lasciarsi influenzare troppo da perdere la propria identità, se si sa dove andare e come arrivare non spaventa la strada da fare anche se il percorso è fatto di difficoltà e cadute. Nessuno ha mai detto che sia facile il viaggio, qualunque esso sia, le delusioni e le frustrazioni sono numericamente più alte che le soddisfazioni e le buone recensioni.
Si può essere sostenuti e apprezzati nella propria cerchia di amici e conoscenti, avere alle spalle una famiglia che crede e sostiene, ma il pubblico è poi spietato e non ha mezze misure: o piaci o non piaci, punto.
Il pubblico prima osanna, poi dimentica, cinge l’alloro e poi ricopre di ingiurie, perché? Perché tutto passa, le mode, le idee, gli artisti. Ciò che resta è capito successivamente o semplicemente scordato, tanta fatica per niente? Tante ore bruciate e sottratte ad altre cose? Meglio lasciar perdere tutto o persistere?
I dubbi devono lasciare spazio ai confronti, con se stessi e il proprio lavoro in primis, con gli altri artisti poi che, nonostante tutto, vivono le stesse realtà e gli stessi percorsi.
Un confronto è già una conferma di ciò che si fa poi come ricerca, vedere, osservare, parlare e mettere in moto i sensi è il primo passo per la creatività e per la fucina di idee che arrivano prima o poi a concretizzarsi nelle opere d’arte.
La conferma sta nel confronto ed è l'unica realtà che conta, né pubblico, né critica possono sottrarsi o aggiungersi a quello che già si sa, a quello che già si fa.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, March 14, 2017

Let's go party! Che premi e fiere comincino! Il potere del potere dell’illusione


 
Ogni anno nascono e prendono vita in campo culturale e artistico sempre nuovi premi, nuovi saloni, fiere, congressi, biennali, nuovi spazi espositivi e sempre più si tende a porre l'attenzione alle novità e al mettere in mostra capacità artistiche e curatoriali condite da idee e pensieri.
Spesso questo proliferare di premi e di nuove realtà non porta molto altro a quello che già circola nel settore creativo e artistico, a volte si ha il sentore che siano solo momenti dove si dà sfogo a sedicenti finanziamenti ricevuti o a plasmare nuove premiazioni che poi spariranno nell'arco di poco tempo, spesso coincidenti con la fine del suddetto finanziamento.
L’incentivazione di istituzioni e premi già esistenti sembra ormai una mera illusione, spesso è impossibile rientrare nei giochi già stabiliti dove direttori e curatori hanno già scelto la loro scuderia di artisti escludendone altri.
Ritorna in mente, ad esempio, il percorso di oltre un secolo fa quando nel lontano 1874 un gruppo di giovani artisti si ritrovò ad esporre in uno studio fotografico poiché esclusi dai saloni accademici e ufficiali, quel piccolo gruppo sarebbe poi stato chiamato con il nome di Impressionisti: spesso non entrare a far parte di un circuito  istituzionale o ufficiale rende la visibilità maggiore.
Certo, bisogna sempre vedere con chi ci si associa, a chi ci si affida, quali sono le figure professionali che credono nel lavoro che si propone e, soprattutto, se vale la pena spendere tempo e soldi per farsi conoscere.
Sono moltissimi coloro che chiedono l’obolo di presenza a questa o quella manifestazione, sicuro, giusto ci sia qualcosa forse a pagare, ma se il costo supera di molto le aspettative e il risultato, allora no! Non si ceda alla tentazione e al ricatto di seduttive ed effimere speranze fatte di cataloghi, mailing list di nomi e cognomi altisonanti, pubblicazioni su testate e passaggi tv inconsistenti, bisogna sempre star attenti perché il lavoro che viene sporcato da chi insegue il guadagno non ha invece lo stesso fine e punto di chi, all'opposto, crede nelle persone e nell'arte stessa.
Facile lanciare poi frasi comuni da buttare a destra e a manca e dove spesso più che parlare la voce dell’artista parla la rabbia repressa e un livore che si fa portavoce di delusione e umiliazione subito:
“I critici? Tutti uguali! Finché li paghi parlano bene di te poi spariscono e ti lasciano da solo”
“Galleristi e direttori tutti sulla stessa barca, finché gli fai comodo o trovi l'aggancio giusto allora sei il loro dio poi chi si è visto si è visti!”
“Curatori, la razza peggiore che vogliono dirti cosa fare, come farlo e come continuare, se erano artisti potevano pensarci loro non giudicare e basta.”
“Se lo sapevo fare da solo lo facevo e non chiedevo certo aiuto a loro…”
“Io ho fatto le opere, ora tu mi fai la mostra, il catalogo, trovi i critici e i canali di vendita.”
Nooo! Non così, mai porsi in questo modo, mai stare sempre sulla difensiva, mai pensare che sia tutto sbagliato e che il mondo corra nel senso opposto di marcia al nostro.
Meglio il confronto, sempre! Meglio passare le serate ad altre inaugurazioni, conoscere gente, vedere il lavoro di altri artisti, parlare con chi può dare un punto di vista diverso dal proprio, una opinione differente, queste cose non costano nulla, ci si arricchisce forse il doppio e si esce dal proprio atelier perché a lungo andare anche l’odore dei colori e dei materiali viene a noia, le stanze piano piano cominciano a puzzare di sogni, ma di sogni che sanno di stantio e che presto sono da buttare.
Marcire il proprio talento o la propria forza espressiva dentro un locale adibito a studio, chiusi nel proprio io, conduce all’irrimediabile perdita di confronto e senso con la realtà circostante, un artista che si fa portavoce di idee, pensieri non può e non deve viaggiare in un binario unico, ma avere sempre a portata di mano la voglia di scambiare, di interagire e di cambiare treni, stazioni, incontri, solo così un viaggio si può dire attivo, solo così la diffusione dell’arte avviene.
Premi, concorsi, fiere ed esposizioni se ben scelti hanno e danno una marcia in più, nessuna perdita di tempo e di energia, solo la possibilità di una visibilità e di paragone con altri linguaggi, con altri modi di fare arte, con ulteriori nuove realtà perché arte è soprattutto mettersi costantemente in gioco.  
Massimiliano Sabbion
 

Friday, March 10, 2017

Ma chi ti conosce? Fame di fama: artisti sconosciuti alla ricerca della notorietà



Un vincente trova sempre una strada, un perdente trova sempre una scusa
(Lao Tzu)

Chi urla e sgomita è davvero l’uomo che si impone ed emerge?
In questo mondo fatto di visibilità e dominio social è davvero essenziale arrivare sempre e solo per primi?
Sicuri che la prevaricazione è la sola e unica arma per arrivare tra i primi posti?
Si sente sempre più spesso parlare di “qualità”, “eccellenza”, “numeri uno” in ogni ambito con la consapevolezza e convinzione che bisogna essere i primi della classe, ma spesso queste parole si associano solo a vuoti d’aria senza avere la consistenza e le capacità per essere davvero persone e prodotti di “qualità”, “eccellenza” e “numeri uno”.
Non è vero che la cattiveria e l’incapacità gestionale vincono sempre, non c’è bugia peggiore che dichiarare che si va avanti solo grazie ad appoggi compiacenti e conoscenze introdotte del settore, certo, le “spintarelle” possono aiutare, una parola di supporto all’operato svolto inducono a focalizzare le aspettative, ma una carriera, un lavoro intero, un risultato non si sviluppano solo sulle accondiscendenti amicizie.
È importante dimostrare ciò che si vale attraverso una sana dose di curiosità, studio e ricerca per essere sempre aggiornati e pronti al conseguimento delle aspettative richieste, una sfida continua con se stessi prima di tutto.
Nell’arte è facile cadere in tentazioni fallaci dove si pensa che chi crea e non è riconosciuto sia solo fuori da un circuito che non gli permette di emergere, ma bisognerebbe invece fare un piccolo esame di coscienza e far tornare alla mente un vecchio aforisma confuciano: “Non preoccuparti del fatto che la gente non ti conosce, preoccupati del fatto che forse non meriti di essere conosciuto”.
Addossare sempre la colpa agli “altri”, identificando di volta in volta chi sono questi fantomatici “altri”, nello specifico li si individua poi in critici, curatori, gallerie, musei, istituzioni, pubblico.
È necessario porsi allo specchio e guardarsi per una più profonda considerazione “della colpa” del perché non si piace o non si è capiti, la risposta inoltre arriva sempre proprio da noi stessi: si provoca un allontanamento dalla realtà specifica dove è più semplice accusare “la società” e “l’esterno” che non vedere i propri errori ed orrori.
L’arte è superflua nella società contemporanea, un bene di cui necessariamente possiamo fare a meno, ma il gusto di ciò che è piacevole e provoca emozione è ancora il motore che fa andare avanti la ricerca artistica e determina la smania di collezionismo e di voglia di circondarsi di cose gradevoli in base al nostro giudizio soggettivo.
Gli artisti che in qualche modo vengono “pompati” da sedicenti critici, sostenuti da operazioni di marketing e merchandising prima o poi si rivelano essere giganti dai piedi d’argilla che crollano miseramente lasciando alle loro spalle solo danni sia a livello emozionale sia a livello economico e, non per ultimo, guasti in ambito storico e critico.
Perché questo accanimento verso il mondo artistico dove tutti vogliono fare gli artisti ed esporre i loro lavori? Dove sono finite la professionalità, le competenze e la ricerca? Ma soprattutto dov’è l’umiltà e la capacità autocritica di confronto? Attaccare due pennelli su una tela non fa dell’artista di turno automaticamente un nuovo Arman, mettersi a saltare mezzi nudi su un palco non crea eredi di Marina Abramovic, tagliare una tela in due non è la riprova di essere figli di Lucio Fontana.
Se gli artisti si presentano e l’interesse c’è, di sicuro si muove sempre qualcosa, il pubblico in primis e i professionisti poi che aiutano, attraverso i giusti canali, ad emergere, ma insieme a loro anche, faccia opposta della medaglia, gli sciacalli, gli imbonitori e coloro che creano false speranze e illusioni effimere: bisogna stare attenti e saper scegliere e/a farsi scegliere.
Se un artista ha qualcosa di valido da esporre di sicuro le proposte arrivano e avanzano, non è solo questione di visibilità e fortuna, conta la bravura, la costanza di fidarsi di un percorso fatto bene e, soprattutto, in un lavoro in cui credere e che non risulti mai banale.
Poi? Poi se tutto procede e va adeguatamente allora dal “signor Nessuno” si passa ad essere riconosciuto e criticato, ma “le critiche sono la tassa che un uomo paga al pubblico per essere famoso” (Jonathan Swift), ma questa è un’altra storia…
Massimiliano Sabbion
 

 

Tuesday, March 7, 2017

La bellezza è un “affare” d’arte! Corsi e ricorsi su ciò che bello è e bello non è

 
La bellezza da sola basta a persuadere gli occhi degli uomini, senza bisogno d’oratori
 (William Shakespeare)
Il bello dell’arte esce sempre, anche quando le cose sembrano poco conformi ad un gusto personale soggettivo, il bello in arte non si può quantificare, non è conforme ad un’unità di misura, anche se alla mente ritorna la memoria di certe performance e provocazioni come il “Fiato d’artista” di Piero Manzoni o “Aria di Parigi” di Marcel Duchamp, ingabbiare l’arte e il bello in sé non è concepibile.
Il bello in arte tra oggettivo e soggettivo arriva poi sempre a colpire l’immaginazione e a suscitare emozioni che, a volte, possono essere discordanti tra il sentire e il vedere.
Faticosa e impegnativa è l’arte di Franko B o di Hermann Nitsch, più concettuale e celebrale invece l’opera di Jeff Koons e Damien Hirst, più giocosa e diretta al pubblico invece la visione delle opere di Takashi Murakami.
Definire quindi il bello nel mondo contemporaneo non è facile, perché? Perché non è assolutamente concepibile inquadrare la bellezza di un’emozione, l’arte contemporanea è un susseguirsi di entusiasmi e contraddizioni.
Bombardati quotidianamente da immagini, social network che abbattono distanze e tempi, stimoli visivi continui, l’arte si ritrova quindi a far da portavoce e traino ai pensieri e ai concetti di ciò che piace e ciò che non piace, non trattandosi più di bellezza o bruttezza nell’arte, ma di ciò che provoca piacere ed emozione e ciò che invece finisce per allontanarsene.
Lo spazio alla creatività è lasciato a chiunque abbia voglia di esprimersi e di mettere in mostra un proprio pensiero, un’idea, un concetto che sia esso visivo o astratto, disturbante o piacevole poco importa, ma che sia in fondo un aspetto di un proprio “sentire”.
Il rischio è che chiunque può “mostrarsi” anche quando sarebbe il caso di “nascondersi”, questo quando non è necessario far vedere quello che si pensa perché si rischia di cadere tra le braccia della derisione e ridicolizzare quello che si deve dire effettivamente.
Perché ostinarsi a cantare quando non si ha il senso del ritmo e non si è intonati? Il piacere che scaturisce dai gorgheggi e vocalizzi non si discute, è il risultato che si dovrebbe rivedere.
Quando ci si pone davanti al pubblico il pericolo di non trovare filtri e di essere attaccati è posto sulla stessa riga di partenza: visibilità = attaccabilità, chi è migliore di noi ci sarà sempre e comunque e sa decretare in maniera soggettiva e oggettiva ciò che è bello e ciò che non lo è.
È un peccato vedere come certe (giuste) critiche poi arrivano a demolire il lavoro di un “artista” che, magari, non è pronto ad affrontare un mondo che non ha filtri, ma solo sincere obiettività.
Ci si potrebbe risparmiare assalti gratuiti quando non si ha la consapevolezza del bello, quando non si è pronti a ricevere giudizi sinceri sono inutili gli attacchi di pianto e di animi feriti: un’opera brutta, anche se contornata di lode e supporti esterni, se è brutta tale rimane.
Non esistono mezze misure quando si sancisce ciò che incanta e dà piacere da ciò che ne decreta il suo contrario, in fondo tutti sappiamo cosa si preferisce e non è solo un parere soggettivo.
La supponenza, la poca umiltà e soprattutto la scarsa curiosità di confronto portano sempre a passi fallaci e a nulle visioni realistiche, è solo quando si scende in campo che il giocatore deve dimostrare la propria capacità e forza, poco contano le sole parole a corollario di un bene che non arriva.
Azzardare è il primo passo, impegnarsi e ricercare il secondo, curiosare e studiare il terzo e passo dopo passo la corsa arriva poi da sola, difficile poi raggiungere chi corre poiché la strada è spianata verso un’unica meta, quella del riconoscimento del proprio pensiero creativo, dotati di sicurezza e conferme, questo è il processo che ci si aspetta e che ci aspetta ed è, senza dubbio, il bello delle cose.
Massimiliano Sabbion