Tuesday, May 23, 2017

Distinti d'istanti. L'intuizione che si fa arte


"Di solito l’istinto ti dice quel che devi fare molto prima di quanto occorra alla tua mente per capirlo"
(Edmund Burke)

L’istinto, quella sensazione che arriva senza preavviso e che fa agire a volte con incoscienza e rapidità d’esecuzione, spesso si arriva a produrre una serie di percezioni di pura interpretazione date poi in visione al pubblico che ne decreta l’appartenenza con le proprie impressioni o meno.
Agire di “pancia” è riuscire a sentire direttamente le percezioni emozionali che possono essere suscitate da un evento, una persona, una storia personale, è un ascolto attivo senza filtri di ciò che si prova e che in maniera irrefrenabile si trasforma in qualcosa di vivo e concreto.
Questo succede spesso in tutti quei campi in cui viene richiesta la creatività  e  la fantasia, specie nel mondo dell’arte dove i confini tra realtà e immaginazione finiscono per abbattersi a favore di un risultato dato poi allo spettatore, l’opera d’arte prodotta è quindi il risultato emozionale dato da questi istinti.
Non si tratta di velocità d’esecuzione né di cogliere la funzione per la quale si è arrivati ad agire nella realizzazione delle opere ma, bensì, di fermare per un attimo quello che l’istinto esecutivo ha decretato come bisogno d’espressione.
La mente di un creativo non è mai ferma, non si deve frenare, non si deve atrofizzare o imbruttire, deve sempre continuare a rimanere in movimento, deve essere stimolata attraverso nuove immagini, nuove idee, nuovi incontri.
L’istinto? Non è tutto ma conta molto, nessuno chiede di reprimerlo a favore di logiche di mercato o di situazioni alla moda, l’arte è condivisione non chiusura, il mostrare e il mostrarsi presuppongono una dose critica in sé rivolta al proprio lavoro e, in special modo poi, al pubblico.
Il mondo contemporaneo ha liberato molti preconcetti e imposizioni rispetto ai secoli precedenti: dal sentore impressionista con la capacità di carpire il momento in una realtà in continuo cambiamento, dal fissare la dimensione spazio temporale come visto nel Cubismo e nel Futurismo, fino ad arrivare a ribaltare un orinatoio chiamandolo "Fontana" come proposto da Marcel Duchamp, lasciarsi andare all'azione pura nei gesti e nelle sensazioni con l'action painting con Jackson Pollock.
Rivalutare l'arte nelle espressioni autodidatte di psicotici, prigionieri e persone completamente digiune di cultura artistica con l'Art Brut e le prove di Jean Dubuffet, fotografare la quotidiana ossessione per il mondo consumistico colorato e popolare con la Pop Art e i suoi autori quali Andy Warhol, Roy Lichtenstein e Jasper Johns, pervenire a disegnare rabbia e colore nelle opere che graffiano il muro e la società nelle prove artistiche di Keith Haring e Jean Michel Basquiat, inscenare il proprio corpo per lasciare che sia, appunto, l'istinto a governarlo nelle performance di Marina Abramovic o Joseph Beuys.
Fotografare un'idea e trasformala in qualcosa di magico e colorato come ha fatto David LaChapelle, affondare una straordinaria nave immaginaria carica di sogni e opere d'arte desunte da un passato reale, ma così vicino al nostro quotidiano fatto di tecnologia e stupore come nelle opere di Damien Hirst nell'ultima sua mostra a Venezia presso la Fondazione Pinault,  Treasures from the Wreck of the Unbelievable, dove la fantasia, il falso storico, i miti e le leggende si sono fusi in un unicum che ha creato una traccia umana indelebile racchiusa in uno scrigno prezioso dove convivono passato e futuro, qualcosa di, appunto, Unbelievable.
Perché l'arte è istinto, è stupore, ed è pur sempre un viaggio unico, incredibile per chi lo percorre, per chi lo vive.
L'istinto aiuta a non soffocare le idee, a sviluppare nuove realizzazioni e capire che nessun freno, nessun recinto, nessuna imposizione o regola proibitiva può solo minimamente rallentare l'uomo e la sua incontenibile esigenza di vivere l'arte, di creare ciò che dà piacere, di dare voce alla rabbia, alla gioia, alle più improbabili emozioni perché l'istinto quando scatta crea improvvise sensazioni che tramutano i pensieri in azioni.
Pensare e agire, agire è pensare, creare è il risultato che arriva, così, d'istinto!
Massimiliano Sabbion
 

Friday, May 19, 2017

L’arte altrui. Storie e compenetrazioni culturali tra curiosità e paura


 
Ogni persona, ogni essere umano pensante ha gusti e sapori differenti, è il bello della varietà delle cose e dei piaceri che conduce l’uomo verso nuove e spettacolari strade dove la capacità di scelta, il libero arbitro e l’apprezzamento cambia a seconda delle realtà dettate da mondi sociali, etnici, religiosi, politici differenti alle quali far riferimento.
La cultura sociale è la base primaria per discernere ciò che piace da ciò che non si ama, il valore soggettivo e oggettivo delle  cose cambia quindi in base a diversi fattori, ma nessuna cultura si può definire migliore o peggiore di altre, solo differente.
La sensibilità artistica nel corso dei decenni ha da sempre mostrato interesse verso culture diverse arrivando a commistioni, citazioni e rivalutazioni delle arti altrui, gli esempi nel corso del tempo storico si ritrovano già a partire con le grottesche di Raffaello Sanzio a fine Quattrocento, desunte dalla riscoperta della Domus Aurea di Nerone, ai vari ritrovamenti e rivalutazioni con gli scavi di Pompei, con l’arte egiziana, basti citare e ricordare lo stile Impero che imperversava in età napoleonica.
Il mondo occidentale subisce poi il fascino dell’oriente con le immagini desunte da Tunisi, Algeri, Marocco presenze che si ritrovano nei dipinti di Eugène Delacroix, Jean Auguste Dominique Ingres, Jean-Léon Gérôme, Frederick Arthur Bridgman, Charles Landelle, Paul Klee.
Impossibile scordare poi il rapporto che sopraggiunge dalla Cina e dal Giappone, in un periodo storico che va dalla metà dell’Ottocento in poi, in cui si arriverà a parlare di Japonisme con autori affascinati da valori cromatici e spaziali, dove le rapide linee, le stenditure piatte, il valore simbolico e decorativo faranno riscoprire i giapponesi quali Utamaro, Kunisada, Hiroshige e Hokusai, maestri della sintesi visiva, dai tratti veloci che fermano l'istante semplificandolo e di cui l’influenza pittorica arriverà nelle opere di Edouard Manet, Claude Monet, Edgar Degas, Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir, Vincent Van Gogh e Gustav Klimt.
Si arriva poi all’arte negra e primitiva che ribalterà il modo di vedere di artisti quali Paul Gauguin, Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, Georges Braque che tanta parte hanno avuto nello sviluppo del Cubismo, fino a pervenire alla riscoperta tribale con i graffiti di Keith Haring e Jean Michel Basquiat o al citazionismo presente poi nel docufilm del 2005 di David LaChapelleRize – alzati e balla”, fino alle influenze new age di Lady Gaga e Marina Abramovic.
La bellezza del mondo contemporaneo risiede nelle contaminazioni e negli scambi tra forme e colori di altri luoghi e culture, situazioni dove vige il desiderio di sapere che si investe di curiosità, eventi come la Biennale d’Arte di Venezia o fiere internazionali portano al confronto e alla visione arti e opere che, nella maggior parte dei casi, resterebbero localizzate e sconosciute ai più.
Disprezzare o tacciare di bruttura il sentire artistico a noi dissonante non porta che all’allontanamento verso nuove prospettive e linguaggi da esplorare, l’arte non deve avere, per l’appunto, nessun confine, nessun limite, solo arrivare a scoprire e avanzare verso nuovi spazi, siano essi fisici o mentali.
L’arte è scambio, è confronto di concetti, traffico di idee, veicolo di entusiasmi, non è e non deve diventare mai chiusura e scontro, l’arte può essere canale trainante per nuovi porti e nuove scoperte, si addentra nei meccanismi visivi ed emozionali, diventa mezzo di denuncia, segno dei tempi, gioco, curiosità, il tutto alla base della scoperta e della ricerca.
Vedere le stesse pulsioni rapportate in modi differenti nelle “arti altrui” serve inoltre a meditare sull’operato artistico e culturale finora svolta sia collettivo che individuale, non si finisce mai di imparare né di mettersi in gioco, la comparazione con gli altri produce nuovi input e regala miscugli e consistenze inaspettate, l’evoluzione dell’uomo è anche questo: conoscere, imparare e soprattutto stupirsi.
Vivere l’arte è, in special modo, lasciare alle spalle preconcetti e realtà che spaventano o che non si trovano conformi al proprio sapere perché il “diverso” fa comunque paura ma, principalmente, l’avanzare del nuovo e di ciò che è differente spaventa sempre, tutto ciò è comunque uno stimolo, un modo per spingersi oltre e continuare a fare arte, a credere, a contrapporsi e a far, e farsi, domande, sempre. 
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, May 16, 2017

La compensazione di un impegno: io sono, questo ciò che conta (?)


 
Si ha la pretesa di essere rispettati, valutati e giustamente retribuiti per l’operato svolto, considerati nell’ambito creativo e lavorativo, tutte questioni assolutamente condivisibili e corrette, ma che succede quando invece per primi non si rispetta la fatica altrui?
Capita più spesso di quanto non si creda! Ogni giorno, ogni momento, si cerca il sotterfugio e l’escamotage più comodo per “farla franca” o per deprezzare il lavoro altrui che, a quanto pare, non vale certo come il nostro.
La guerra per la sopravvivenza si combatte ogni giorno in un mondo che appare sempre più difficile e competitivo, per questo bisogna farsi trovare preparati e non aver paura delle proprie debolezze così come delle proprie forze e punti saldi.
Ci sarà sempre qualcuno migliore o più fortunato, ma non si basa una carriera sulla fortuna, ma sulle opportunità da cogliere e sulla preparazione, sullo studio e sulla sempre e costante voglia di crescita e curiosità.
Rimanere chiusi nel proprio atelier a maledire il fato o a imprecare perché nessuno ci scopre diventa comodo e in qualche modo, a lungo andare, pure appagante: sveglia al mattino, colazione, lettura dei giornali e tg, lamento pubblico nei social network, incapacità di reagire e si fa immediatamente ora di pranzo, poi pomeriggio di ripresa ed è subito cena e sera.
Muoversi! Sia mentalmente che fisicamente, vedere è l’imperativo in atto, vedere per scoprire, vedere per allargare gli orizzonti, vedere per conoscere, vedere per cambiare!
Muoversi e vedere!
Se la paura di non farcela è più grande del coraggio di mettersi in gioco allora ci si merita il posto dove si è, un punto di inizio che risulta un punto di fine, un cerchio che si chiude dove si finisce però per girare intorno.
Troppe volte si sente deprecato il lavoro altrui non meritevole di attenzione secondo il proprio punto di vista, come artista a che servono figure professionali di critici, curatori, galleristi? Sono visti come inutili e tacciati di essere solo capaci di spillare soldi e tempo, di approfittare della situazione e dell’artista che in realtà lui si lavora, gli altri a quanto pare no.
Scrivere, curare, seguire e portare avanti un’idea e un progetto costano esattamente lo stesso tempo e fatica di chi si impegna quando intinge il colore per dipingere o libera la materia in una scultura, troppo spesso si dà per scontato che il proprio lavoro sia anche monetizzabile mentre quello degli altri no.
Perché si dovrebbe pagare una figura professionale? Per lo stesso motivo per il quale tu come artista vuoi essere remunerato: la compensazione di un impegno.
Come esistono artisti mediocri, allo stesso modo esistono critici, curatori e galleristi pessimi, ma mai fare di tutta l’erba un fascio, i professionisti, le persone corrette e consapevoli ci sono e tutti si impegnano per un unico scopo: vivere lavorando occupandosi di arte.
Gli ingrati, le cattiverie gratuite, le maldicenze fanno parte del gioco al massacro a cui spesso si assiste, ma la consapevolezza del proprio lavoro (senza biasimare nessuno né colleghi né altri professionisti) non ha bisogno di lamentele e scusanti né di essere forzatamente pubblicizzato, quando un prodotto e un risultato finale si evincono buoni sia il pubblico che la critica arrivano da sé.
Nessuno si aspetta una strada lastricata di consensi e successi, la fatica e l’impegno portano a migliorare se stessi e il lavoro che si svolge, non si arriva mai impreparati al traguardo finale, se lo si fa si perde, tutto.
Si riconosce sempre lo sforzo attuato e una collaborazione attiva porta risultati e apprezzamento, l’arte è una comunione e una condivisione di pensieri e idee, non è mai solitaria e univoca, la storia lo ha insegnato con i movimenti artistici nati, con le commistioni e collazioni tra gli artisti, con gli scambi letterari e critici, con un “dare” e “avere” che da sempre accompagna ed ha accompagnato l’uomo.
Perché non c’è peggior nemico dell’egoismo e dell’egocentrismo che porta al non rispetto degli altri, senza capire la cura e l’attenzione che si pone nell’incarico inizialmente a noi affidato: trasmettere entusiasmi e concetti, far trapelare emozioni traino di pensieri.
Massimiliano Sabbion
 

Friday, May 12, 2017

Bombardamenti visivi: social e immediatezza nel mondo contemporaneo


 
Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi
 (Marcel Proust)

Sempre più circondati da immagini, stimoli e visioni l’uomo contemporaneo è sollecitato ogni giorno dai sistemi più disparati che diffondo culture, pensieri e idee attraverso forme e colori.
Internet in primis, i social network, le videocamere negli smartphone, l’immediatezza con cui si fissano e diffondono le immagini stesse, sono veicolo di una grande memoria globale a cui tutti hanno accesso e catalogare la miriade di stimoli quotidiani risulta praticamente impossibile.
Tanti input portano spesso alla confusione e al caos perché sobbarcati di troppe indicazioni e un po’ si perde la spontaneità del momento così come si arriva a tralasciare la creatività e la fantasia con un bollato “già visto, già fatto”.
Si, è vero, oggi forse tutto è stato detto, scritto, sperimentato, creato, ma questo non significa che si debba agire con noia o con la paura di essere tacciati di copiare e plagiare qualcuno, la comunicazione visiva nel mondo contemporaneo viaggia molto più veloce di qualche decennio fa, anzi, la trasmissione delle cose finisce, in questo modo, per trovare sempre più soluzioni diversificate a favore di un uso e consumo sempre più rapido e, a volte, poco classificabile e di facile ricordo futuro.
Si bruciano in questo modo le possibilità di confronto, non si ha il tempo di arrivare al cuore delle persone, si dimentica un passato recente a favore di un futuro prossimo e subito tutto si accavalla e si perde.
Non si ha il tempo per fagocitare le cose, per sedimentarle e studiarle perché la notizia di oggi domani appare già superata.
La provocazione subentra all’emozione, il citazionismo lascia al posto alla novità e, di esposizione in esposizione, di fiera in fiera, di Biennale in Biennale avanza il tempo e la creatività.
Ecco allora che il passato appena trascorso lo si rivede oggi con la dovuta calma, respirando e non tirando il fiato, assaporando e non ingozzandosi di colori e forme nuove.
Il sapore è un senso che si gusta dolcemente, piano piano senza ingurgitare per riempire gli spazi dello stomaco, la fame atavica porta a soddisfare un bisogno primario, ma il piacere di ciò che si assapora richiede tempo, cura e scelta accurata.
Andy Warhol aveva profetizzato che “In futuro ognuno sarà famoso per almeno 15 minuti”, ora basta poco meno, con il rischio di essere scordati.
In un mare pieno di pesci la scelta diventa grande, ma anche dispersiva: pseudo artisti neo pop, improbabili concettuali, performance inconcludenti al limite del ridicolo, scopiazzanti autori di Avanguardie storiche, imbarazzanti scultori che fanno da pendant  ad altrettanti pittori inutili quanto le loro tele imbrattate, esposizioni tacciate sotto il nome della cultura che non vanno oltre la sede e i “lavoretti” esposte nelle pro loco locali.
Non si tratta di essere saccenti o dotati di cattiveria verso il prossimo, ma di obiettività nelle cose che si vedono e che invadono i nostri pensieri e visioni. Non tutto quello che si propone è da considerare arte, non tutto quello che appare è essenzialmente necessario, non tutto quello che si dice, pensa e crea è meritevole di essere condiviso, si tratta spesso di “inquinamento visivo” poiché si toglie così spazio alle immagini e alle idee che sono in ogni caso degne di nota, ma nascoste dalla moltitudine di “cartoline visive” che ottenebrano la visione.
Marcel Duchamp diceva: “Il grande nemico dell'arte è il buon gusto”, bearsi di saper fare arte, di essere artisti e di non essere obiettivamente capaci con se stessi perché “tanto-lo-fanno-tutti” è il primo errore che si commette.
Seguire le mode del momento creando performance, disegnando sui muri, passando ad essere da pittori a scultori e viceversa, desume che non c’è una vera capacità critica in sé ma solo un voler a tutti i costi condurre una ricerca fatta di visibilità e non di struttura, a volte basta anche solo imparare a “guardare” e non sempre solo a “vedere”.
Bombardamenti visivi a parte, situazioni in cui l’uomo si trova suo malgrado costretto a visionare lo spazio circostante in una costante globalità di aspetti visuali, importante resta la capacità di scernimento e di studio di ciò che si appresta al nostro occhio, essere curiosi e attenti ai cambiamenti, alle situazioni e alla miriade di immaginifiche e illimitate possibilità della creatività.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, May 9, 2017

Le persone "strane" che vogliono un futuro


"E fu così che da un giorno all'altro
bocca di rosa si tirò addosso
l'ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l'osso.
Ma le comari di un paesino
non brillano certo d'iniziativa
le contromisure fino al quel punto
si limitavano all'invettiva."
(Bocca di Rosa - Fabrizio de Andrè)
 
Il futuro affascina e spaventa, il domani crea aspettative, oggi non va, ma domani sarà diverso.
Dopotutto, domani è un altro giorno.
Nel futuro tutti saremo famosi per 15 minuti.
Di doman non v'è certezza.
Frasi sentite e ripetute nella storia dell'arte, nella letteratura, nel cinema, senza scomodare la fantascienza su che cosa ci si aspetta poi dal domani, il futuro che si crea passo a passo ogni giorno fa indubbiamente paura. Perché?
Perché è la perenne incognita, perché ciò che si progetta non sempre rispetta ciò che ci si era imposti, perché il divenire è, appunto, sempre diverso e cambia e i cambiamenti fanno paura.
Che ne sappiamo di cosa avverrà nel futuro? Si possono far congetture, ipotesi di sorta, ma non è detto che il domani sia come si credeva e allora si finisce per rimpiangere il passato dal quale si voleva fuggire.
Il passato è la chiave di volta per il futuro, se si procede senza aver definito col passato, lasciando punti in sospeso e irrisolti, di sicuro non si arriva da nessuna parte.
Risolvere col passato e scrutare avanti è un mezzo per prendere la rincorsa e non per frenare e guardarsi indietro.
Il futuro poggia quindi poi su basi solide e si proietta oltre le aspettative diventando un mezzo concreto per vivere i propri passi in maniera più sicura.
Un sogno aiuta, ma sognare e basta non è sufficiente, quanto tempo sprecato e inutile è molte volte messo a disposizione delle persone sbagliate, dei progetti inconcludenti e soprattutto quanta rabbia inespressa e mal canalizzata circonda i giorni che si sprecano.
Ci si getta nel domani spesso con troppa incoscienza, senza capire dove si andrà a cadere e, si sa, le cadute spesso fanno poi male, per questo farsi trovare preparati non porta di sicuro dolore o almeno lo attenua.
Lo studio, la curiosità, l'ironia stessa possono forse essere le armi migliori, quando si conosce la materia, nulla spaventa poi, senza corse estreme né filosofie spicciole di auto convincimento che non aiutano, ma creano danni più di quello che si pensa.
Le persone sono strane, spesso ci si adegua alla stranezza, spesso ci si convive, altre volte la si ignora, molte altre la si manda a quel paese, ma allora, perché le persone sono strane?
Perché quando un signor Nessuno dopo aver sacrificato, studiato, creduto nelle proprie capacità e fruttato i talenti dati riesce ad arrivare dove si era proposto poi subito dopo aver tifato e sostenuto il malcapitato lo si insulta e deprezza? È una consuetudine tutta nazional popolare diffusa un po' ovunque ma, soventemente, tutta italiana a quanto pare.
Nell'arte contemporanea è capitato spesso di sentire urlare al miracolo e al genio di turno che, una volta raggiunto l'apice, poi è preso a sassate con mira infallibile.
Basta leggere qualche titolo di recensione o di qualche testata passata per vedere come dal "giovane di grandi promesse" ci si diplomi ben presto in "bufala di prima categoria senza arte né parte".
Ma come? Non si parlava della stessa persona poco prima? Non era lo stesso artista? Chi ha sbagliato? Il giudizio errato è stato dato dal popolo o dagli esperti di settore?
Osannati prima e deprezzati poi, è il destino di chi si tira addosso l'invidia e la presunzione di chi trova più comodo e semplice fare una sterile critica piuttosto che rispondere con un atto di incentivazione a migliorarsi e a raggiungere gli stessi risultati.
I raccomandati, le superstar, i sopravalutati esistono tutti in varie categorie citate, ma nulla valgono la rabbia e le parole vane senza scopo se non si sa dove parare, a che serve incattivirsi e rifiutare tutto e tutti con la convinzione di essere il migliore ma senza una meta? Forse non si è lavorato abbastanza? Non si è studiato il dovuto? Non si è creata una doverosa aspettativa?
Troppe volte si accusa il sistema e si attaccano gli altri: critici, curatori, galleristi, istituzioni, forse perché accusare qualcun altro è sempre più semplice e comodo. Da dove partire allora? Prima di tutto dai luoghi dove si parla e si fa arte, questi i posti migliori per cominciare e confrontarsi, anche per rendersi conto che c'è qualcuno migliore di noi e, di conseguenza, capire che non si farà mai un passo diverso da quello compiuto.
Viaggiare, vedere posti, artisti, confrontarsi, studiare ed essere costantemente e perennemente curiosi, senza presunzioni, senza presentare il conto per quello che si chiede. Arrivare poi piano piano a comprendere, se capita, che ci si è sbagliati anche sul nostro operato, sulle cose dette, scritte, scolpite, dipinte, sul modo di affrontare l'arte, la vita e allora meglio un buon ritiro che una umiliante sconfitta.
Arrendersi non significa aver perso, ma solo cambiare strategia e direzione per arrivare ad un futuro nuovo, sempre in divenire, sempre in crescita.
Massimiliano Sabbion
 

Friday, May 5, 2017

Vox populi, vox Dei. Culturalmente preparati alla libertà di pensare e diffondere.


 
Quali sono le sensazioni e le motivazioni che spingono una persona a scegliere di spendere il proprio tempo libero all’interno di uno spazio espositivo per vedere opere d’arte e artisti?
Prima di tutto il piacere della cultura, della conoscenza che non è mai paga, della curiosità che tutto smuove e soprattutto la voglia di confronto con l’arte che chiede di essere vista e diffusa.
Il piacere del bello, il gusto di ciò che reca felicità è un sistema che non si può ingabbiare, la libertà delle emozioni è pari alla libertà del pensiero, si aprono così sempre nuovi orizzonti.
La cultura è sempre più vista come bene superfluo a cui rinunciare ed eventualmente ridimensionare con tagli e proposte limitate, togliere la cultura ad un popolo è privarlo della libertà di espressione e della capacità di riuscire a riflettere senza condizionamenti esterni.
Siamo sicuri che solo quello che viene proposto per mezzo della tv, dei social network e delle varie forme mediatiche sia da annoverare sotto la voce “cultura”?
Spesso si ottenebrati da visioni distorte e fallaci quando si pensa che per essere famosi basta apparire in una serie di video su youtube e pubblicare poi un libro di memorie scritto da web star di neppure quindici anni che, sinceramente, non so quali epici episodi possano scaturire da un adolescente che si affaccia alla vita, è solo un capace sfruttamento economico ed ottima operazione di marketing poiché la letteratura ha comunque un altro sapore…
Nuovi mezzi, nuove comunicazioni, nuovo sentore di che cosa sia l’arte e la cultura, già il secolo scorso ha insegnato come si siano abbattute le frontiere quando si parla di pittura, scultura, fotografia, video, il mondo contemporaneo ha oltrepassato la soglia della classificazione e ha fuso le arti in molteplici raccordi di commistione.
La cultura si adatta ai tempi, ai cambiamenti, ma deve essere sempre stimolata e mai “stritolata” perché se sollecitata può portare nuovi risultati, nuove idee e nuovi pensieri.
È importante continuare a preservare il passato, poiché senza conoscere chi si è stati non si può progredire nel futuro, è essenziale valorizzare le menti di oggi che saranno poi il futuro e il domani sul quale puntare, l’arte non può diventare un ritaglio di tempo, né un hobby al quale rivolgere i week end liberi, l’arte è una professione, è fatica, è lavoro, è impegno, è sogno.
Il domani si costruisce, forse non si programma, ma lo si affronta con i giusti mezzi, in primis la scuola che deve insegnare certo, ma anche incentivare il valore e il rispetto per l’arte perché patrimonio e bene comune, perché tutti ne possano godere.
 La cultura porta valore aggiunto a chi la fa, a chi la costruisce e soprattutto a chi la vive; capita spesso che un evento, un artista o una mostra diventino il richiamo per la conoscenza e la curiosità è il traino per portare, per mezzo dell’arte, introiti economici, visibilità e consapevolezza di presa nel territorio con il quale si viene a confronto.
La ricchezza dell’arte si misura è vero anche con i dati statistici e l’impiego delle forze di investimento, l’arte porta cultura, porta valore, ma conduce a far girare un’economia che spesso è chiusa in se stessa senza possibilità di crescita in modo che si possa instillare un interesse che non sia solo relegato alla realtà locale.
Gli esempi? Piccole realtà di provincia nel nord est come Treviso, Brescia, Vicenza che sono state invase dal vento Impressionista offrendo alla città spazi e attenzione che da tempo erano sopite, così come la mostra recentemente chiusa ad Asolo dedicata ad Andy Warhol dopo trent’anni dalla morte dell’artista newyorkese che ha riempito le strade, il museo civico locale dove si è svolta l’esposizione, i locali e la cittadina già dimora di Eleonora Duse, riportando in auge il luogo come sede della cultura. Un museo che in anno conta all’incirca duemila visitatori è stato, per mezzo della mostra, visitato in poco più di un mese e mezzo da diecimila persone: il risultato è la crescita e riscoperta del luogo, del turismo, di un’impresa finanziaria che si incentiva.
Oltre all’attenzione posta per la mostra e l’evento che rimarrà un ricordo, ciò che resterà è la conoscenza, è la bellezza dei luoghi, è il sapore che ciò che è stato non sarà perduto, ma condiviso e ampliato ora e in futuro perché l’arte è condivisione, divertimento e apertura emozionale e mentale.
Scegliere di dare il proprio tempo libero alla cultura non è mai una perdita, ma un arricchimento tanto importante lo slancio verso il passato, tanto quello verso la contemporaneità perché non esiste la divisione nell’arte, ma la condivisione, sempre.
Massimiliano Sabbion

 

 

Tuesday, May 2, 2017

La procura di un piacere. Arte e felicità


 
Tutti gli esseri umani vogliono essere felici;
 peraltro, per poter raggiungere una tale condizione,
bisogna cominciare col capire che cosa si intende per felicità
 (Jean-Jacques Rousseau)

Cos’è la felicità? Un morso ad una mela per spezzare la fame? Bere da un rubinetto di una fontana dell’acqua fresca? Guardare le nuvole dopo il temporale? Sentire le risate di un bambino? Leggere e concludere il finale di un libro? O come diceva Charlie BrownLa felicità è accarezzare un cucciolo caldo caldo, è stare a letto mentre fuori piove, è passeggiare sull’erba a piedi nudi, è il singhiozzo dopo che è passato”?
Qualunque sia il metro di giudizio per decretare la felicità l’importante resta “la procura di un piacere”, ciò che crea emozione è la responsabile primaria della nostra felicità.
Una volta soddisfatti i bisogni primari la “cura” si sposta verso la ricerca emotiva della gratificazione data da ciò che procura il piacere della felicità stessa per l’appunto.
Il nostro corpo poi, è scientificamente provato, ne trae beneficio, le cellule tutte ne godono e la felicità, mista al piacere, cambia in positivo la qualità della vita.
Sarà per questo che chi si appassiona all’arte e alla cultura poi apre le porte ad una visione e ad un apprezzamento della vita totalmente differente da chi si accontenta solo di ricercare una mera soddisfazione oggettiva e personale.
Cosa scatena nell’uomo la passione per l’arte? Cosa reca in questa visione la felicità che ne ricava? Un quadro con i suoi colori e forme, una scultura con i suoi pieni e vuoti nello spazio, un accordo musicale con i toni e le melodie, si apprestano a suscitare ricordi, vaghi pensieri, piccole gioie di godimento, creazione di mondi sognanti personali e non condivisibili e silenzi che parlano più delle parole stesse.
Tutto questo si tramuta in felicità, tutto si impone piano piano nelle cose quotidiane, una cascata che finisce per sommerge il proprio io interiore per finire a scaldare l’animo stesso.
Non importa se ci si approccia ad un soggetto figurativo o astratto, ad una immaginifica visione concettuale o sensoriale, quello che scatta e che fa correre il gusto del piacere prima e della felicità poi è indifferente.
Un’emozione può nascere dalla visione di un campo di papaveri di Claude Monet, in cui i colori si fermano sulla tela con la velocità esecutiva di chi voleva cogliere l’attimo e regalarlo poi a chi lo guarderà.
Un sussulto passionale può innestarsi di fronte alle tele di Mark Rothko con le sue immense campiture di colore che arrivano a far vibrare l’anima, dove riempire uno spazio di una tela significa riempire l’occhio che arriva a suscitare emozioni.
La scultura di Costantin Brancusi, ad esempio, ferma lo spazio, accarezza le strutture e solidifica un’idea, un suono che si fa forma e lascia agli occhi il compito di intercedere per far vivere l’opera stessa.
Questo è il compito dell’arte, fermare gli istanti per restituire la felicità, l’arte è bella perché in fondo è inutile, forse superflua, ma in fondo unica e il bisogno dell’uomo di esprimersi con i materiali e i colori si trasforma poi in un linguaggio universale dove si abbattono le lingue, le idee e tutte le differenze perché si parla un solo idioma che non tiene conto delle diversità di classe, di razza, di sesso, di religione, l’arte ha un solo scopo: produrre il piacere e recare la felicità.
Seduti ad ammirare un’opera d’arte in un museo, in una galleria o in uno spazio espositivo l’occhio si sofferma poi sempre sugli altri sconosciuti visitatori, cosa li ha portati in questi luoghi oggi e a vedere le stesse cose che stiamo osservando noi? Quali le loro emozioni e la felicità? Perché un’opera viene analizzata più di un’altra? Proveranno le nostre stesse sensazioni o sono invece differenti poiché diverse sono le impressioni?
Non c’è un metro di giudizio né una realtà emozionale più forte di un’altra, la ricerca della felicità è un incarico che è affidato in maniera disuguale ad ognuno, ma il risultato non cambia: l’arte rende felici, è nostro dovere  esserlo, è nostra responsabilità perseverarla e diffonderla, la felicità interiore si riflette poi nella continuità del quotidiano e una persona felice è il miglior biglietto da visita per l’arte, per la vita.
Massimiliano Sabbion