Tuesday, February 21, 2017

Jannis Kounellis. Memoria e legno, l’Arte Povera dei ricordi patavini

 
Quando muore un artista contemporaneo c'è sempre qualcosa di strano che si insinua nel cuore, tutti ne parlano, escono i giornali, i social network si arricchiscono di foto dello scomparso e dei suoi lavori e si instilla nella mente un percorso che mette in moto i ricordi di cose che ha fatto, le parole che ha detto, le opere che ha creato, i testi che sono stati scritti e un pezzo di storia e di vita, se ne va.
Sopravvive il ricordo, rimangono indelebili i suoi lavori e le innumerevoli attese da parte del pubblico per una prossima mostra o di un testo che lo rievochi, ora invece, con la morte, tutto viene rivalutato e rivisto sotto un’altra ottica: si rispolverano i suoi lavori, si rileggono le cose scritte che hanno accompagnato il suo lavoro, si pensa in maniera veniale quanto possa costare adesso una sua opera poiché c’è sempre la convinzione che, dopo morto, il prezzo possa salire e il mercato impennarsi.
Jannis Kounellis è morto il 16 febbraio 2017, subito dopo la festa degli innamorati, la sua vita è stata amore per l’arte e l’arte stessa lo ha riamato.
La sua straordinaria figura di artista è legata ad un ricordo personale di uno spaventato neo studente universitario presso l’Università degli Studi di Padova che si apprestava a varcare la soglia dell’ateneo pieno di dubbi, sogni e paure.
Un’opera di Kounellis era lì, appena entrati dal grande portone sulla destra, nel cortile centrale del Bo svettava una grande installazione, “Monumento alla Resistenza e Liberazione, inaugurato nel 1995, il monumento è dedicato alla memoria di tre docenti dell’Ateneo, fieri oppositori del regime fascista: Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti ed Ezio Franceschini.
Tutto questo era a suo tempo sconosciuto allo studente che pensava di trovarsi davanti ad un cantiere in costruzione con tutte quelle assi di legno spezzate, materiali di scarto vario e dove vicino a questo marasma visivo svettava il tricolore.
No, quello non era un cantiere, allo sprovveduto studente ci volle un po’ di tempo per capire, diverse entrate in quel cortile e numerosi esami sostenuti poi, si rese conto che quello che osservava prima con dubbiosa perplessità cominciava a piacergli e a concepire finalmente che quella era un’opera d’arte, un grande regalo per l’università patavina.
Esponente dell’Arte Povera, Jannis Kounellis con questa struttura era riuscito a creare, attraverso l’utilizzo di materiali di scarto e di assi di legno che si sormontavano, l’idea metaforica di un simbolo legato alle macerie che la guerra aveva creato.
La parete sovrasta tutt’oggi il tutto con fenditure, colore, zone di luce e di ombra che rendono viva la memoria alla quale è dedicato il monumento stesso.
Via via che lo sguardo sale le assi di legno sono più nuove, pulite, simbolo che il presente così com’è poggia sul passato storico, sui sacrifici e la forza di chi ha saputo lottare per rendere il mondo migliore di quello che è e la visione totale dell’insieme risultava, agli occhi del giovane studente stupito, un grande regalo, una grande opportunità.
Un’opera d’arte può far scattare tutto questo? La stessa può essere responsabile di emozioni e di combinazioni umorali e sensoriali? Possono dei semplici oggetti di recupero essere combinati in maniera tale da dimenticare quell’aspetto da “cantiere in corso” ed essere guardato con rispetto epocale e significato di opera d’arte?
Si, a tutti gli interrogativi proposti. Le assi sono memoria, sono tempo, sono arte perché nell’insieme tutto si fa veicolo per un messaggio emozionale.
Quando muore un artista si conclude un’epoca, se ne apre perciò un’altra con differenti linguaggi e simbologie, dal passato si impara e si progredisce, la sua morte quindi non è che una consecutio che traghetta l’uomo contemporaneo verso il futuro.
Muore l'uomo, rimane l'artista e la sua arte che diventa parte del quotidiano vissuto personale, le sue opere diventano un po' tue, legate a qualcosa che si è vissuto o toccato.
Questo insieme di impressioni passate ritorna a galla con la morte dell’artista, sono i pensieri che si sovrappongono a distanza di anni e a forza di vedere le sue opere ti sembra di possedere ormai abbastanza l’artista stesso, uno dall’aspetto conosciuto, lui un po’ si fa tuo nel cuore e quel percorso svolto negli anni ritorna, quelle assi di legno diventano tue, uniche, il pezzo di legno del futuro sei tu, parte di quel passato storicizzato di Arte Povera che si insinua con i ricordi, con gli anni giovanili e con le speranze, i sogni che, un giorno, sarebbero diventati realtà.
Massimiliano Sabbion
 


 
 

Friday, February 17, 2017

Selfie e autoritratti. L'evoluzione dell'apparire tra estetica e autostima

 
Scattarsi i selfie oggi è diventato quasi un status symbol più che una moda, bisogna far vedere dove si è, con chi si è, tenendo sempre presente quale sia l'angolazione migliore per esaltare al meglio sia il luogo che l'autoscatto del proprio io: se non (auto)scatti non sei nessuno!
Eh sì, prima di essere chiamati comunemente "selfie", termine derivato dalla lingua inglese, si parlava di autoritratto, autoscatto che, grazie alle moderne tecnologie (smartphone, tablet o webcam), ha preso sempre più piede puntando l'obiettivo verso di sé, condividendo poi il tutto nei vari social network.
L'uso smoderato dei selfie, la voglia di apparire e di documentare dove si è, ha assunto termini tipicamente narcisistici mentre, sovente, la lettura di una scarsa autostima e una ricerca di autoaffermazione fa scaturire un aspetto superficiale che si ferma al gesto compiuto: scatto dunque sono.
L'azione personale che si rivolge al proprio Io è comunque transitoria e si basa molto spesso sulle reazioni altrui, si perde la spontaneità dello scatto a favore invece della ricerca dello "scatto perfetto" che evidenzi l'esteriorità e l'apparenza che possa poi, nel risultato finale, piacere alla massa.
Non c'è ricercatezza artistica nel selfie, solo la voglia di apparire visibile con quanti più "like" nella dimensione social dove tutto è ciò che (non) appare.
Non si può quindi parlare di autoritratto fotografico vero e proprio in quanto la fotografia è un processo che si basa sull'immagine fissata su pellicola o su supporto digitale e poi sviluppata per bloccare ciò che si è carpito nell'istante dello scatto.
Con il selfie no, si perde questa prerogativa a favore del "tutto e subito" e si appare immediatamente e che, per mezzo di applicazioni apposite con filtri e luci, si restituisce una parvenza edulcorata e falsa sullo stesso schermo: un selfie è la raffigurazione di ciò che si vorrebbe essere e di come si desidererebbe apparire.
Si è lontani anni luce dai famosi autoritratti della storia dell'arte, i nomi di artisti che si sono fissati su tela, scavati con la scultura o fermati per un istante in fotografia sono l'esempio di un modello di sé che si stabilizza come conoscenza e analisi della propria persona.
Raffaello, Parmigianino, Piero della Francesca, Jan van Eyck, Michelangelo, Leonardo, Albrecht Dürer, Caravaggio, Gian Lorenzo Bernini, Pieter Paul Rubens, Rembrandt, Camille Pissarro, Claude Monet, Vincent van Gogh, Frida Kahlo, Andy Warhol, Francis Bacon sono solo alcuni dei nomi degli artisti che usano l'autoritratto come forma artistica quasi come sperimentazione di tecniche e configurazioni alle quali sottoporsi attraverso uno specchio.
La stessa cosa vale, in un certo qual modo, per i ritratti, simbolo di un momento storico personale che rimane fissato sia come operazione di memoria che di autocelebrazione.
Il selfie non mette la persona di fronte al mondo reale, la realtà è edulcorata e falsata, certo, lo è anche con i "ritocchi" effettuati nei ritratti, ma le smorfie, la bocca a cuore, i falsi sorrisi di felicità e certe espressioni rimbambite mostrano tutto fuorché la reale predisposizione alla tangibile concretezza che circonda il malcapitato selfista.
Ok, il selfie annuncia l'egocentrismo, il narcisismo, la presenza in un luogo, l'ebete espressionismo contemporaneo di chi sorride in camera e annuncia ai social "io sono qui".
Selfie ai funerali, nei bagni pubblici, nei camerini di prova, di fronte ad una catastrofe naturale, arrampicati sui monumenti storici, davanti ai quadri in un museo sono tutti esempi di uno specchio che riflette il tempo odierno che anticipa nuovi cambiamenti, dove la visibilità e l'essere famosi in qualsiasi modo, anche a costo di apparire ridicoli e irrispettosi, è scesa dai famosi quindici minuti profetizzati da Andy Warhol ad un solo istante, ad un solo click.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, February 14, 2017

Namasté Alé! La scimmia nuda balla, dubbi sulla cultura dell'uomo contemporaneo


 
Il Festival di Sanremo anche quest'anno è terminato, tra critiche, audience e numeri da capogiro, tra i presenzialisti e coloro che non mancano di essere incollati al televisore per commentare, tra gli snobbisti che ne fanno volentieri a meno, tra "Essere o dover essere. Il dubbio amletico contemporaneo come l’uomo del neolitico" come recita l'incipit di Occidentali's Karma, testo della canzone vincitrice 2017 di Francesco Gabbani.
Il Festival di Sanremo quindi si è concluso, fine di tante attese e pronostici, di articoli e pagine di giornali, di vecchi ritorni, di novità o di vecchi e basta che esistono solo perché il Festival esiste.
Autori, interpreti, cantautori, vincitori di show e reality, pezzi di storia, pezzi da museo, canzoni e basta… il circo mediatico vivrà di rendita per ancora qualche tempo, giusto giusto per arrivare al prossimo festival della canzone italiana.
Si può fare a meno di Sanremo? Si! O forse no, fa parte di una cultura italiana insita nel dna come gli spaghetti al pomodoro, la pizza e l'arte.
Prima o poi tutti si ritroveranno a cantare un motivetto che va dal "trottolino amoroso du du da da da" a chiedersi come mai "Marco se n'è andato e non ritorna più", perché il nostro Belpaese è fatto si "Papaveri e papere" e di dubbi sempre aperti, ma "Sarà quel sarà"!
Quest'anno ha vinto il sarcasmo e l'ironia, niente canzoni che fanno rima con cuore-amore, ma una riflessione contemporanea dell'uomo odierno, cambiato, mutato nel corso del tempo e questa nuova energia è stata affidata ad un giovane classe 1982 che aveva già vinto e stupito Sanremo nella sezioni Nuove Proposte lo scorso anno con la canzone Amen.
Occidentali's Karma nelle intenzioni del suo interprete e coautore è: "una sarcastica riflessione sul goffo tentativo di noi occidentali, talvolta oppressi da uno stile di vita votato all’apparenza e al consumismo sfrenato, di ricercare la serenità provando a cimentarsi nella pratica di discipline, filosofie o religioni tipicamente orientali. Salvo poi prendere consapevolezza che probabilmente delle culture altrui saremo sempre turisti".
Consapevolmente turisti o meno di quello che succede in un mondo che prosegue nonostante si resti fermi nelle proprie opposizioni e ottusità, con le inutili litigate mediatiche, le offese a colpi di social network, gli scandaletti sbattuti in prima pagina, il vilipendio alla religione e alla famiglia, il gender, le unioni civili, tutto questo prosegue nonostante si resti radicati al passato e ci si senta rassicurati guardando il buon caro vecchio Festival di Sanremo.
Indicativa la vittoria di Francesco Gabbiani con un testo che ironizza sull'uomo d'oggi che si nasconde dietro uno smartphone o un pc e diventa forte leone nell'esprimere le sue convinzioni spesso sbagliate e inconcludenti: "Tutti tuttologi col web / Coca dei popoli / Oppio dei poveri".
Capita sempre più spesso alla cultura contemporanea di essere massacrata e derisa in ogni suo aspetto, ma con tutti i problemi sociali che ci sono proprio sempre a cadere sul tema dell'arte e della cultura si deve tornare? Ebbene sì, sempre! Mai un popolo si risolleva da crisi e ignoranza piangendosi addosso, ma solo agendo, leggendo, studiando, investendo e ricercando, rendendosi quindi migliori e di conseguenza progredendo.
"L'intelligenza è demodé", lo canta ballando accanto ad uno scimmione sul palco lo stesso Gabbiani: "Intellettuali nei caffè / Internettologi / Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi.  L’intelligenza è démodé / Risposte facili", meno selfie, meno ricerche googlegate, meno omologazione e si ai pensieri e allo studio.
Circondarsi di mantra e karma modaioli non è quello che ci si aspetta forse dal mondo contemporaneo, pensare con la propria testa fa davvero così paura? Circondarsi di arte, visitare mostre, gallerie, scoprire nuovi artisti, impegnarsi nelle cose che si fondono con la creatività rendono di sicuro la vita migliore perché migliore è il risultato che si trova.
Lasciarsi abbindolare dai pensieri altrui, dalla moda del momento, dalla massa, porta ad una omologazione in cui si respira la mancanza di confronto e di studio che, a lungo andare, porterà ad essere scordati a favore di altre omologazioni future.
Costa fatica impegnarsi nella cultura e nell'arte, i risultati non arrivano subito, si è dimenticato forse il concetto di fatica e di gavetta, l'improvvisazione e l'intuizione geniale del momento nocciono poi al risultato.
L'uomo si fa scimmia che segue senza pensare o, al massimo, pensa di pensare perché indotto a farlo, libertà di espressione e libertà di pensiero non sempre producono buoni risultati.
Preconcetti e instradamenti guidati vanno lasciati, lo studio e la ricerca mai, solo così "la scimmia nuda balla", libera e senza paura di nascondersi per essere intelligentemente pronta al futuro.
Namasté Alé!
Massimiliano Sabbion 

Occidentali's Karma di Francesco Gabbani
(F. Gabbani, L. Chiaravalli, F. Ilacqua)

Essere o dover essere
Il dubbio amletico
Contemporaneo come l’uomo del neolitico.
Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo.
Intellettuali nei caffè
Internettologi
Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi.
L’intelligenza è démodé
Risposte facili
Dilemmi inutili.
AAA cercasi (cerca sì)
Storie dal gran finale
Sperasi (spera sì)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain.
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Piovono gocce di Chanel
Su corpi asettici
Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili.
Tutti tuttologi col web
Coca dei popoli
Oppio dei poveri.
AAA cercasi (cerca sì)
Umanità virtuale
Sex appeal (sex appeal)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain.
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Quando la vita si distrae cadono gli uomini.
Occidentali’s Karma
Occidentali’s Karma
La scimmia si rialza.
Namasté Alé
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma

Tuesday, February 7, 2017

Noia tra Arte et Cultura. Tutto molto interessante…


 
La noia. È un elemento che si associa spesso a corollario di certe presentazioni e vernissage di mostre o eventi a cui ci si ritrova quando si è invitati o si finisce nel calderone del non-dovevo-neppure-essere-qui-invece-ci sono.
Tant’è! Non si scappa e ci si scopre quindi dentro ad un sistema che fagocita il nostro tempo e le ore seguenti, a volte poi il risultato della serata è anche divertente e magari si conclude pure qualcosa e si discute maniera piacevole di un evento al quale manco si voleva partecipare.
Inutile nascondere comunque la noia che pervade la presentazione: sbrodolamenti di partito quando sono presenti cariche istituzionali, egocentrismo curatoriale, centralismo artistico, deprezzamento pubblico…
Tutto molto interessante…
Un intero un sistema noioso che salta fuori quando si ascolta e ci si trova dall’altra parte a vivere come spettatori il “sistema dell’arte”. Non c’è cosa peggiore che dare troppa importanza a sé e al lavoro che si propone dimenticando invece artista e opere a favore di un applauso in più da ricevere, non sempre le parole vanno a braccetto con le intenzioni e si finisce per annoiare le persone e creare divari tra ciò che si vede e ciò che si propone.
Il rischio è dietro l’angolo quando ci si accorge della noia che possiede i partecipanti: sbagli, occhi lucidi e roteanti che faticano a restar aperti, teste che annuiscono incessantemente con ritmo cadenzato che sembrano staccarsi dal collo, controlli rapidi e furtivi ad orologi e cellulari, colpi di tosse, improvvise uscite dalle fila per raggiungere la porta d’uscita…aiuto!
La noia la fa da padrona e tanto vale lasciarsi andare ad essa e lasciarsi cullare, ormai poco si farà per risollevare le sorti, la serata va cosi.
Tutto molto interessante…
Alla fine, tutto poco convincente. Già, pararsi la faccia dicendo “lasciamo che sia l’arte e l’artista a parlare al pubblico” produce l’effetto contrario alla noia: una caduta verso il ridicolo, si preferisce che la gente rida di te o con te?
Non si capisce fino a che punto si possa arrivare a provocarsi dolore oltre che noia, strabordare ed esagerare porta solo ad aggiungere alla seccatura indicata qualche danno in più.
Tutto molto interessante…
In un mondo contemporaneo fatto già di caos assoluto perché riempire il riempibile? Prolissi relatori, sale esageratamente piene di opere e informazioni didascaliche o, al contrario, vuoti spazi e vuoti pannelli informativi, è possibile trovare il giusto nel mezzo.
Spesso per essere tacciati di “modernismo” (nel senso di “essere o fare i moderni”) si creano veri pasticci culturali, patacche senza suono, visioni orripilanti e incomprensibilmente inutili accozzaglie di opere, il senso di non-ho-capito-il-perché si respira in molti musei o esposizioni, specie se a farla da padrone sono collezioni di cotanta importanza che si devono mettere alla visione del pubblico.
Statue classiche vicine a moderne interpretazioni di autori informali, affascinanti ritratti muliebri ottocenteschi con accanto video installazioni.
Tutto molto interessante…
Ok. Fermiamoci un attimo e ci si ponga una semplice domanda: perché?
Si, perché? A quale scopo? Con quale logica? Storica, emotiva, culturale, didascalica?
Una motivazione ci deve essere altrimenti l’insieme produce un groviglio di lavori antichi e moderni disposti senza un’elegante conoscenza, senza un significato che possa condurre alla scoperta di ciò che si vede.
Un museo, una galleria o un’esposizione non è il salotto buono della nonna dove convivono pezzi d’arte importante e i lavoretti con la pasta e le mollette da bucato dei nipoti e ai quali ad entrambi (forse) si dà carico e significato emotivo.
Il rischio poi altrimenti rimane solo uno sennò: la noia, appunto.
Se ci si annoia l’arte diventa tutto tranne che “molto interessante…”
Massimiliano Sabbion
 

Friday, February 3, 2017

Enjoy the silence. Il silenzio è il rumore che l'arte vuole.




All I ever wanted
All I ever needed
Is here in my arms
Words are very unnecessary
They can only do harm
Enjoy the silence
(Enjoy the silence - Depeche Mode)

Dal silenzio nasce il verbo giusto.
Il silenzio, elemento raro da trovare nel mondo contemporaneo, si è ormai circondati da rumori naturali, sempre più rari, fino al caos quotidiano in cui ci si immerge nelle città, rumori continui, auto, tram, cellulari che suonano, notifiche di varie app installate, visioni coincidenti sempre più con il caotico movimento quotidiano che circonda l'uomo, dai suoni naturali a quelli artificiali é il trionfo del non silenzio.
A questo punto si può dure che il silenzio non esiste più.
Una premonizione ci fu già col Futurismo che ipotizzò la bellezza del rumore di una macchina, i suoni della modernità che furono catturati per essere riprodotti da Luigi Russolo e il suo Intonarumori, concerti veri e propri fatti di cigolii, crepitii, strozzature e composti con tanto di spartito per suonare tali concerti.
La morte del silenzio, nonostante i non concerti di John Cage in cui il vero spettacolo era dato dai lunghi silenzi sul palco e dove la platea era la vera protagonista, con tanto di rumore, colpi di tosse, movimenti, silenzi sussurrati, voce di sottofondo perché in fondo il silenzio non esiste.
Il famoso club parigino di David Lynch, "Silencio", cerca di riprodurre, in un'atmosfera ovattata,  quello che ormai é andato perduto: il silenzio.
Qui, varcato l’ingresso, al 142 di rue Montmartre, si comincia a scendere quasi all'infinito in una sorta di discesa negli inferi: sei piani di scale sotterranee immerse nella penombra e, progressivamente, nel silenzio.
Il mondo sotterraneo si popola ora di leggerezza claustrofobica, un misto tra il sogno e l'incubo dove tutti parlano sottovoce e si riesce a sentire il proprio battito cardiaco.
Il silenzio fa paura, spaventa perché si è soli con la propria anima.
La vera sfida contemporanea sembra quindi riprodurre il silenzio, eliminando l'ensemble di caos e rumori.
La concentrazione è uno degli elementi più importanti per carpire la visione di un'opera d'arte, quasi con religiosità e rispetto ci si avvicina a luoghi deputati all'arte quali musei, gallerie e mostre in cui si tende a rimanere muti e a parlare sottovoce perché a dar voce ai suoni ci pensano invece le opere d'arte. Le immagini si bloccano e diventano ritagli all'interno di un mondo fatto ormai di velocità e suoni, l'arte invece resta fissata nel corso del tempo con le sue forme e i suoi colori, passa il suono, ma la visione resta.
Attraverso le nuove tecnologie, l'arte si è espressa anche per mezzo dei suoni, basti pensare ai video come forma di performance visiva tra suoni e rappresentazioni, ai concerti d'arte, alla riproduzione in luoghi chiusi come padiglioni o spazi espositivi di rumori e suoni esterni.
L'arte ha fornito prova di adattare le forme ai cambiamenti che avvengono, basta pensare alla street art che vive sui muri esterni e gioca con la città stessa e di cui, questi segni metropolitani, ne sono il risultato.
Impensabile guardando un'opera street non sentire il rumore di fondo, le voci della città che si propagano e fanno quindi parte di un tutt'uno con l'opera, qui il silenzio decade a favore del contesto ed è per questo che oggi molte opere street staccate e portate nei musei perdono di valore emotivo e risultano poi fredde e prive di significato, qualcosa manca, manca il rumore a favore del silenzio.
Quindi non tutto ciò che si fa nel silenzio e con il silenzio non sempre porta al risultato sperato, a volte il rumore copre i pensieri, altre volte li esalta e il giusto pensiero arriva tra i suoni e le impressioni.
Massimiliano Sabbion

Tuesday, January 31, 2017

Si va alla Fiera d'arte. Immagine e cura del vissuto e del belvedere.


 
L'umanità che si riversa nelle fiere d'arte è tra la più eccentrica e colorata che si possa vedere in giro, in queste manifestazioni l'egocentrismo e la visibilità sono in buona parte le responsabili Muse nascoste che alimentano le più svariate personalità della fiera.
Penso spesso alle persone che si ritrovano a lavorare all'interno di stand e padiglioni che vedono passare costantemente artisti, critici, curatori, espositori, semplici curiosi e persone capitate per caso in mezzo a questo calderone: un insieme colorato e rumoroso che si appropinqua da una parte all'altra fino a che le luci non si spengono.
Non stupisce nulla all'interno delle fiere: dalle sobrie e caste dive che attraversano i corridoi a luminose e multiformi accessoriati personaggi usciti da qualche fumetto fantascientifico, ognuno esprime se stesso e le proprie osservazioni per poche ore e in poco tempo.
L'arte si fa gioco, allora che il gioco cominci!
Apparire é prima di tutto essere, ecco allora che veri e propri "alieni" scendono sulla terra invadendo gli spazi fieristici: colori e accostamenti improbabili, arzille settantenni truccate e rifatte da far concorrenza a qualsiasi effetto speciale hollywoodiano, minigonnate ventenni che lasciano poco spazio all'immaginazione e molto all'immagine, colori sobri che si scontrano con colori flou e materiali diversi, si passa dalle pellicce alla plastica, dal velluto al sintetico, è tutto un trionfo di moda e nonsense che si rincorre tra il fascino e lo stupito degli altri spettatori.
Sedersi su una panchina improvvisata o accostarsi ad una colonna per guardare quanto si muove tra le mura e gli stand vale il prezzo del biglietto.
Dagli stupiti ragazzini bramosi di vita e di sogni, ai manager del "pezzo" che barattano sculture o tele con sapiente capacità investigativa e di esplorazione da mercato, le categorie all'interno di una fiera si sprecano.
Si passa ad una varietà di emozioni che vanno dagli entusiasmi alla noia, tutto contribuisce a transitare poi al vaglio del pubblico che decreta l'artista su cui puntare, quello da riscoprire, quello da lanciare come moda o come sapiente ricerca.
Il profumo della vendita si estende e si amplia tra prezzi, sconti, bollini rossi che identificano l'opera venduta, facce stanche dei galleristi e dei commerciali, i sorrisi rivolti alle persone, le risate e le improvvisate che si mescolano tra un giro e l'altro e sopra a tutto ciò rimane sempre attiva lei, l'Arte, motivo per cui tutti si sono ritrovati lì.
Perché a tutta questa gente piace l'arte? Perché forse l'arte è superflua e inutile e in quanto tale immancabile e impossibile restarne senza.
Senza l'arte però non si può restare né vivere, il gusto per il piacere, per il bello, per lo scatenarsi delle endorfine che provocano il piacere cui non si può far meno relega le ore di attesa, lo sfinimento di passare tra uno stand all'altro, gli improvvisi sbalzi di freddo e calore, la confusione, la fila ai bagni, il prezzo di una bibita esageratamente alto, le interminabili fila, gli scatti e i selfie davanti alle opere, le chiacchiere con artisti e galleristi, tutto passa in secondo piano.
Bisogna esserci, bisogna provare, bisogna passare, bisogna respirare quest'aria perché anche se chiusa e viziata fa bene, è vitale, è di impatto emotivo senza paragoni per chi vive d'arte o cerca di farlo.
Osservare è il compito primario che si deve compiere, vedere le cose, entrarci dentro, sentire le storie che ognuno porta e racconta e non stupirsi di nulla, ma lasciarsi stupire anche dalla noia stessa e da cose già vissute e viste, abbandonarsi e condurre dagli spazi storicizzati, carpire le novità e anticipare il futuro, essere presenti significa questo, non stancarsi del già visto e non criticare quello che sarà.
Nessuno è escluso quando entra nei locali della fiera dopo aver passato il varco dei controlli biglietto: il gioco (al massacro) comincia, non ci si può dire arrivati e all'apice solo perché si è "dentro" al sistema.
Non si disprezza e non si compra solo quello che si vede, ma ci si addentra oltre, si va in profondità quando poi si intuiscono potenzialità e pezzi unici esposti, gli artisti in primis si mettono in mostra, ma lo fanno anche tutte quelle persone che in loro hanno creduto, li hanno sostenuti e portati avanti investendo tempo, pecunia e fiducia.
Non si deve mai finire di imparare, di apprendere e di popolare le risorse e gli spazi che sono sì una grande vetrina, ma anche e soprattutto un momento di riflessione e di scambio.
Perché alcuni artisti o addetti del settore non si presentano alle fiere? Sono convinti di non aver nulla da capire o temono di lasciarsi "contaminare" da altri? Il migliore è sempre dietro l'angolo e questo può spaventare.
Arrivano come fulmini a ciel sereno critiche gratuite e scontate che sminuiscono il lavoro degli altri, il classico "lo potevo fare anch'io" è una bomba pronta ad esplodere in ogni istante, ignorare e ed essere ignoranti su quello che si vede e non si capisce è un prezzo che si paga molto alto, un motivo perché sei spettatore e non partecipante molte volte forse c'è.
Benvenuti ai migliori, ben arrivati in fiera a tutti gli altri. 
Massimiliano Sabbion
 

Friday, January 27, 2017

Il meglio di sé... Arte di parte, costruire e creare


 
L'arte contemporanea spesso si trova al centro di polemiche e discussioni, vuoi per le tematiche, vuoi per l'uso di tecniche ed espedienti, vuoi per vere e proprie bufale perpetrate contro il pubblico, contro la benpensante società in un contesto che si fa partecipe di logica, soldi e visibilità.
L'arte non sempre esprime emozioni o pensieri, segue logiche commerciali e di mercato, l’arte rincorre artisti che arrivano e poi spariscono dimenticati a favore di altri personaggi creati ad hoc perché più redditizi e portati in pompa magna verso l'Olimpo della notorietà, ma che rimarrà di loro? Della loro arte? Delle loro opere? Forse assolutamente nulla...
Rivedere il passato che non ha lasciato traccia nel presente è come sfogliare una vecchia rivista di moda ritrovata in qualche angolo di un cassetto, piena di modelli e di personaggi spariti dalla ribalta con tagli di capelli ridicoli e sorpassati e di cui non è rimasta che la parvenza di una pallida interpretazione di se stessi.
Il tempo sarà l'unico responsabile che condurrà la visione di ciò che è ora contemporaneo verso uno storicizzato passato poi, difficile proiettare il futuro e capire cosa si nasconde dietro l'angolo, o l'oblio o la gloria.
Di sicuro correre dietro alla facile notorietà, al tutto e subito, a bruciare le tappe della pazienza e del sacrificio non conduce lontano dal proprio vitale metro quadro di sopravvivenza, lo studio, la perseveranza e il confronto rimangono le basi di un buon approccio per fregiarsi del titolo di artisti.
Una galleria affermata, un critico famoso, possono curare una mostra e dare il via alle speranze di un artista, ma non sono le uniche garanzie di scelta per il successo.
Ascoltare e ascoltarsi è il primo passo da compiere, supponenza e incapacità di scegliere un percorso corretto non fanno altro che transitare un piede dopo l'altro verso una fossa fatta di poco entusiasmo, zero curiosità, stimoli di pseudo grandezza.
Trovare artisti che si credono già arrivati e che pensano di avere già capito e imparato tutto disprezzando il lavoro degli altri sono deprecabili agli occhi di qualsiasi buon intenditore d'arte.
Ogni persona ha un proprio percorso, un viaggio che intraprende e che lo porta a stimoli o realtà diverse da quelle che personalmente si affrontano, ma non per questo meno degno di rispetto e interesse.
Il piacere e la bellezza rimangono temi soggettivi, ma non di meno l'oggettività del giudizio deve essere presa sottogamba!
Tutti hanno un caro amico a cui si vuol bene, simpatico che anima la serata, ma di cui non ci si fiderebbe a lasciare un solo minuto il cane al guinzaglio con il rischio che combini qualche guaio, ecco, così vale pure l’esempio per gli artisti: l’artista citato può essere una bravissima persona, volenterosa e affabile, ma col rischio che se lasciato esporre combini davvero qualche pasticcio sia per lui, sia per chi si occupa di arte.
Alberto Burri ha lacerato e cucito sacchi di iuta, ha bruciato plastiche, ha contribuito a creare l'Informale materico e a dare così la sua cifra stilistica, ma non sono la stessa cosa quando si trovano suoi cloni in giro che incollano pezzi di Lego o lasciano gocciolare senza un perché liquami vari sulla tela definendola poi "arte".
Se tutti fanno tutto e sanno far di tutto a che serve allora definire l'arte? Come si fa dire che QUELLO è un artista e quell'altro no? È solo assaggiando, assaporando, confrontando e affinando i sensi che si arriva ad apprezzare un sapore non solo criticandolo dall'esterno o convinti che il proprio operato sia il migliore, ma solo ammettendo che qualcuno fa meglio del previsto e meglio di altri, meglio anche di sé.
La critica serve proprio a discernere e a guidare la visione verso sentieri che guidano lo spettatore e lo stesso artista in corrette visioni, senza mai edulcorare o forzare ciò che si vede, le mode passano, gli artisti su cui si è puntato per convenienza o simpatia poi finiscono dimenticati e la sensazione di aver contribuito a mancare e a puntare sul "cavallo sbagliato" lascia sempre un po' di delusione e amarezza.
Come si fa a pensare e dire che un artista vale e uno no? Quale peso sul mercato, sulla storia o sul pubblico può avere un artista oggi e di conseguenza poi domani?
I fattori sono diversi e sono legati ai cambiamenti epocali e sociali, nessuno può prevedere la storia perché la si costruisce ogni giorno e la critica va di pari passo.
Il tempo dà il meglio di sé, col trascorrere dei momenti che si susseguono, l'artista dà il meglio di sé seguendo percorsi e momenti, l'arte rimane l'unica testimone di tali cambiamenti, fissa le visioni attraverso le immagini e mostra ciò che l'uomo ha creato, ciò che è il risultato finale dettato al meglio, al meglio di sé...
Massimiliano Sabbion