Friday, July 29, 2016

Il futuro del domani nell’arte è l’oggi. Carpire il passato per creare contemporaneità.




“Un'opera non è di un autore e neppure la vita lo è”
 (Carmelo Bene)

Difficile piacere a tutti e trovare per tutti la stessa cosa che piaccia, difficile accontentare le persone e mettere tutti d’accordo.
Per chi si occupa di arte, per chi la fa, la vive e ne fa sua professione diventa ancora più impegnativo arrivare a colpire anima ed emozione dello spettatore.
Diatribe secolari tra gli artisti e i loro estimatori si snodano nella notte dei tempi: cosa preferire tra una pittura e una scultura? Chi si forgia del titolo di “artista”? Quale valore dare all’opera d’arte?
Domande aperte che forse non troveranno mai una risposta certa, o meglio, non troveranno mai una sola e univoca risposta, la molteplicità dei pensieri è pari alla molteplicità delle emozioni che si provano.
Ci sarà sempre un estimatore dell’opera e del soggetto artistico come, in maniera inevitabile di controparte, colui che invece denigra e disprezza.
Fermo restando che un’opera può piacere o meno non si condanni poi ciò che non piace e non si esalti solo ciò che ci aggrada, l’equilibrio nelle scelte porta sempre al cammino più corretto e a porsi domande su cosa e su come sia stato effettuato il percorso che ha poi portato alla nascita di un determinato linguaggio artistico.
Nelle città odierne vige da tempo la ricerca per il mondo contemporaneo storicizzato e si riempiono spazi privati e pubblici di collezioni e mostre dedicate ad autori e alle loro produzioni, spesso sono formule collettive o, al contrario, testimonianze personali con cose minori riguardanti schizzi, bozze, grafiche e disegni, piccole opere.
Ecco allora che si assiste ad un pullulare di esposizioni dedicate a Pablo Picasso, Salvador Dalì, Giorgio de Chirico, solo per citare gli artisti che sono maggiormente battuti, tralasciando le onnipresenti mostre dedicate a qualche figura storica di cui si ripropone l’ennesima retrospettiva come Caravaggio, Frida Kahlo, Marc Chagall, Wassily Kandinsky o agli intramontabili percorsi degli impressionisti che sono il biglietto da visita più sicuro per il richiamo popolare.
Sono artisti e movimenti che hanno cambiato la storia dell’arte e hanno aiutato a costruirla e diffonderla, vedere il lavoro anche un punto di vista creativo dove si trovano disegni e schizzi preparatori, è senza dubbio interessante e permette di valutare e scoprire il processo creativo prima del lavoro finito.
Il discorso vale anche per le grandi mostre complete di scritti, lettere e ogni pezzo di vita di un artista in cui non si lascia nulla al caso e la mostra diventa un evento storico da non mancare.
Così come è di notevole interesse continuare gli studi, esporre e vedere le opere con l’ennesima mostra per porre l’accento su quel gruppo di artisti parigini che nel 1874 riuscirono a cambiare il corso della storia dell’arte affrontando la pittura all’aria aperta e circondandosi di “impressioni” fissate sulla tela.
Ma tutto questo lungo discorso descritto non è arte, o meglio, non è solo questa l’arte, non è il solo modo di fare arte!
Non si pensi che una volta creata e organizzata la mostra, magari itinerante, il ruolo critico e storico si fermi lì, tutt’altro! Si mettono le basi per strutturare una palese attenzione verso il mondo artistico ma l’arte non è solo il passato visto e rivisito, occuparsi di arte non significa organizzare esclusivamente eventi di richiamo. L’arte è ricerca, è passione, è prendersi la responsabilità di rischiare con cose nuove e balzare avanti nelle visioni, l’arte è anche dare voce agli entusiasmi che possono piacere o provocare, l’arte è anche pubblicare, parlare, scrivere.
Rivedere il tempo trascorso nei secoli precedenti aiuta a capire il presente e a valutare i passi che si sono compiuti negli anni successivi, ma non scordando mai il tempo in cui si vive.
L’arte contemporanea è fatta di cose belle e brutte, di provocazioni, di situazioni e sviluppi che fanno abbattere il concetto di “opera artistica” relegato ai canonici termini di pittura e scultura, è un calderone di cose che si sommano insieme ai video, alle nuove tecnologie, alle performance e, soprattutto, alla voglia di portare in prima linea la creatività e la passione fatta per la comunicazione in quanto atto di posizione per cercare di mettere l’accento nel mondo artistico e non solo.
Quindi, lo spazio che si dà alla cultura passata è giusto che conviva e dialoghi con le nuove generazioni e gli artisti emergenti incentivando spazi e luoghi dove potersi esprimere, perché, in fondo, il domani sarà il passato dell’oggi.
Massimiliano Sabbion
www.maxiart.it


Tuesday, July 26, 2016

Apparire per essere. È tempo di fermarsi…



Pensa, credi, sogna e osa
(Walt Disney)


Ho bisogno di fermarmi”, è una frase che spesso si sente dire tra le persone, fa parte ormai della quotidianità che si è insediata nelle metropoli dettate dalla concitata corsa verso il tempo che comincia appena suona la sveglia e si ferma quando lo smartphone si scarica.
È richiesto di essere sempre attivi e sulla cresta dell’onda, in pole position nei social, sorridenti nei selfie, ricchi di glamour anche nelle cose più banali come quando si finisce a fotografare il cibo prima di mangiarlo, ritrarsi a mezzo busto dall’ombelico in giù stesi con i piedi all’aria lungo il bagnasciuga al mare o svettanti sulla cima di una montagna. Non ci si può fermare, non ci si deve fermare, è proibito farlo e “chi si ferma è perduto”, già, si perdono i like e gli obiettivi social che circondano la  nostra esistenza.
Ma è davvero necessario “apparire” per “essere”? Allontanarsi dalla visibilità e dalla gente, dalle notizie e dall’essere sempre per forza costretti ad annoverarsi tra i primi della classe, costa fatica, si perdono energie, si allontanano opportunità a favore di altre, ci si dimentica di vivere davvero…
Bisogna fermarsi, completare i percorsi proposti, arrivare al traguardo prefissato, ma occorre anche saper gustare il tempo, gli spazi, le cose che accadono.
Questo vale nella vita e nella quotidianità così come nelle professioni e ancora di più per chi fa un lavoro creativo.
Quando si comincia a scrivere, forgiare, dipingere, scolpire, portare un linguaggio artistico alla vista di un pubblico lo si fa in quanto desiderosi di un’affermazione e di “dare” quello che si deve “dire”.
Il primo colpo può andare a segno, ma tanti altri invece si possono sbagliare nel centrare il bersaglio, al contrario invece, ci possono essere tanti colpi a vuoto per arrivare poi a trovare il centro e l’esatto pensiero da comunicare.
Ma fare centro non significa aver vinto e aver raggiunto il traguardo finale, si arriva alla fine per ricominciare di nuovo, per trovare nuove opportunità, nuovi viaggi.
Poi arrivano a valanga le critiche, sia quelle buone che quelle negative, gli apprezzamenti, le invidie, i riconoscimenti che molto spesso vanno di pari passo con le delusioni e ci si ritrova dentro un calderone di idee e di persone che finiscono per soffocare la creatività a favore delle esigenze altrui col rischio di perdere piano piano l’obiettivo primario delle cose: se stessi.
Allora nasce la voglia di dire “Ho bisogno di fermarmi”, si sente la necessità di ricominciare ed azzerare, si lascia andare il passato o, al contrario, lo si rivaluta per vedere cosa si è fatto e si riparte.
Nell’arte succede esattamente la stessa cosa: gli artisti proseguono per “cicli” e per periodi come è avvenuto ad esempio con Pablo Picasso con il “periodo blu e rosa”, studi e ricerche che si sono poi trasformati nel Cubismo e, successivamente, in un’esplosione di ricerca del passato storico tra rivisitazione e nuovo linguaggio.
La creatività e la fantasia hanno bisogno di essere sedimentate e di nuovi sguardi, solo così si possono creare nuove prospettive e si arriva a non arrendersi mai di fronte alle perplessità e difficoltà che si presentano.
Frida Kahlo ed Henri Matisse arrivarono a dipingere anche quando le forze non permettevano loro di abbandonare il letto, non contenti utilizzarono gli strumenti per produrre idee artistiche in altro modo, senza arrendersi. Riposare il corpo e la mente ha aiutato anche gli ultimi lavori del loro percorso minato dalla malattia e dall’immobilità, fermati in maniera quasi obbligata la mente è riuscita a trovare il suo viaggio verso la creazione di nuovi lavori.
Scherzo o realtà anche le affermazioni di Maurizio Cattelan che dichiara di voler smettere di fare l’artista, figlio putativo di Marcel Duchamp che davvero smise di fare l’artista per dedicarsi al gioco degli scacchi, entrambi hanno fatto della burla il loro marchio di fabbrica.
Se non si vuole sbagliare e arrivare a scadere con poca originalità e cose superficiali e superflue da dire bisogna imparare anche a prendere tempo, a riprendere la propria quotidianità fatta di sogni e illusioni che si trasformano in speranze e lavoro sofferente.
Fermarsi non significa dunque interrompere la propria vita e le proprie attività, ma semplicemente lasciare che il tempo si riprenda lo spazio di cui si ha bisogno per valutare, creare e ripartire con una nuova carica, sempre e solo se si ha comunque ancora qualcosa da dire…
Massimiliano Sabbion


Friday, July 22, 2016

Il vento caldo dell'estate. Arte pubblica negli spazi aperti Park Eun Sun a Firenze.



"L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni"
 (Pablo Picasso)

La stagione calda apre le porte delle gallerie, dei musei e fondazioni che, complice il sole e il bel tempo, le giornate più lunghe e la voglia di uscire, aprono i loro spazi e portano l’arte e gli artisti all’esterno.

Capita spesso di assistere ad inaugurazioni in aree aperte che mettono in mostra opere d’arte e artisti un po’ ovunque.

È forse un compito arduo uscire dagli spazi preposti per far si che l’arte diventi pubblica e si mostri a tutti, si crea una convivenza tra passato e presente nelle piazze, nei luoghi e negli edifici che pulsano storia e passato. Un modo diverso di parlare un linguaggio fatto di forme e colori che si “impossessano”, grazie all’arte, non solo nei luoghi eletti, ma diventa un’occasione per mostrare la contemporaneità anche fuori dai circuiti conosciuti fatti da fiere e gallerie.


Educare all’arte significa mettere l’accento su siti che molto spesso si danno per scontati dove quasi nessuno si accorge della presenza e della bellezza locale intrisa di storia e cultura.

A volte è necessario che ci sia un artista esterno ed estraneo al luogo per riuscire nell’intento di colloquiare con gli spazi attorno e lo si fa sia per evidenziare il posto, sia per mettere in scena una nuova espressione artistica e tematica.

Molto spesso nascono poi pareri opposti e contrastanti: sicuramente c’è chi si lamenta che lo spazio è così “deturpato” dalla presenza di “cose moderne” sui luoghi sacri dell’arte e di sicuro qualche artista del storico si starà rivoltando nella tomba, ma quando mai uno spazio si rovina quando si installano opere d’arte? Perchè il passato e il presente non possono trovare armonia e convivenza? Ritorna alla mente l’affresco di Massimo Campigli eseguito tra il 1939 e il 1940 presso la sede di Palazzo Liviano dell’Università degli studi di Padova, qui sono raffigurati i giovani dell’epoca che svettano sopra le macerie del mondo passato, il significato simbolico e iconografico è palese: per conoscere il presente e viverlo è necessario sacrificare il mondo antico e soprattutto poggiare le basi senza dimenticare ciò che si è stati, anzi, contribuendo a valorizzare il passato e le opere.


I soliti noti poi, non contenti, riporteranno becere beghe indicando che i soldi dei cittadini sono stati spesi per creare pagliacciate (mai sentito dire che i soldi spesi per la cultura sono in realtà soldi spesi per creare turismo, arte, attenzione e rivalutazione del territorio?); senza contare le fila di artisti invidiosi o pseudo artisti falliti che si trincerano e dietro ad un “perché lui e non un altro? (ad esempio io)”.

Questi solo alcuni degli esempi riportati tra le migliaia di commenti che pullulano nei social network quando la vox populi prende il sopravvento, spesso “non sanno quello che fanno (e dicono)”, la maggior parte delle persone prende posizione senza avere un parere od un vero pensiero da esprimere ma si limita a denigrare, offendere e dare per scontato tante e troppe cose.

L’arte e la cultura sono un bersaglio mobile alla quale rivolgere attenzioni e disattenzioni spesso con rabbia e con poca riflessione perché considerata qualcosa di superfluo nella vita quotidiana.

L’uomo ha bisogno di circondarsi di cose belle, di mangiar bene, di ascoltare buona musica, di vedere opere d’arte che gli procurino un’emozione e piacere.


Fino a che tutto resta relegato dentro un circuito istituzionalizzato e creato ad hoc senza invadere gli spazi altrui allora nessuno si lamenta, ma se si esce dal sentiero tracciato e si ha voglia di mettere in evidenza anche a chi non conosce quello che si propone non c’è nulla di più bello da vivere!

Se si è contro l’arte pubblica e messa a disposizione in maniera gratuita alla mercé degli occhi di ogni spettatore, allora si è contro anche ai concerti di musica che si fanno all’aperto o alle manifestazioni culinarie in cui si riversa la popolazione tra eventi e sagre paesane. Andare contro la collettività, essere contrari alla libertà di visione, di ascolto e di gusto è un “non” far conoscere la cultura a 360°. Siglare con un “non mi piace” senza conoscere è senza dubbio una delle operazioni tra le più sbagliate che si possono esercitare.

Negli ultimi tempi la tendenza a polemizzare solamente, senza scavare a fondo su quello che è proposto e visto, si fa sempre più ampia, recente le disquisizione su “The Floating Piers “ di Christo sul lago d’Iseo, tra performance e installazione di Land art; Igor Mitoraj con le sue opere a Pompei; Jan Fabre a Firenze che ha preceduto le opere di Jeff Koons in Piazza della Signoria sempre nel capoluogo toscano e non per ultimo ora l’artista coreano Park Eun Sun che, sempre a Firenze, espone le sue sculture dopo l’esperienza ai Fori Traiani di Roma, ecco allora le sue opere ergersi a Piazza Pitti, Palazzo Vecchio, San Miniato al Monte, Giardino delle Rose, Piazzale Michelangelo e l’aeroporto di Firenze fino al 18 settembre 2016.


Una serie di opere contemporanee che si snodano tra parallelepipedi, sfere e steli in marmo bicromo che ricorda lo stile Romanico che si fonde con la ricerca di equilibrio tra Yin e Yang, tra eleganza e incontro espressivo tra tradizione italiana ed orientale.

Condividere e rompere gli argini delle ottusità è quello che si DEVE fare quando ci si trova difronte ad una contemporanea novità dell’esistenza visiva artistica, si devono lasciare gli spazi che si popolino di cultura, di artisti e di opere d’arte, di sculture, di performance, di polemiche e di nuovi linguaggi, questo è quello che fa pensare ed aprire le menti perché solo così la visione si amplia e non si blocca e si impara non solo a VEDERE ma a GUARDARE.
Massimiliano Sabbion

Tuesday, July 19, 2016

Fantasilandia: quando la cultura fa paura. Che sarà del domani?


Troverai sollievo alle vane fantasie se compirai ogni atto della tua vita come se fosse l'ultimo
(Marc'Aurelio)
 
Si può frenare la fantasia umana? Si può mettere un limite ai pensieri creativi? Si possono legare le emozioni visive che scaturiscono dalla mente di un artista?
No, non si può, anzi, non si deve frenare e limitare il pensiero e la creatività di un artista che sente il bisogno di continui stimoli e confronti per poter continuare a creare ed esprimere, così come lo spettatore ha lo stesso bisogno di godere appieno del prodotto artistico per regalarsi un momento di piacere visivo ed emozionale.
Non si accumula bellezza solo per il piacere di farlo ma soprattutto perché dà felicità e benessere interiore, una scarica di serotonina che fa ben al cuore e ai sensi.
L’arte fa bene, ci rende migliori e così pure la cultura nonostante sia sempre vista come un qualcosa di superfluo e inutile per l’uomo moderno che ha bisogno invece del parcheggio comodo sotto casa, dell’ultimo modello di smartphone, del televisore al plasma e della forma fisica perfetta…
Le code che si moltiplicano fuori dagli studi televisivi per partecipare ai vari talent show e reality sono sintomo di una reclamata visibilità ad ogni costo perché apparire conta ormai più dell’essere, ed è un peccato, un’occasione persa e mancata per essere se stessi ed emergere per le proprie reali capacità basate su sogni, attese, cultura e studio.
Sembra che faticare sia sempre più un termine obsoleto per poter ottenere un risultato, così desiderosi di imparare e apprendere quando si è bambini alla scoperta del mondo, così poco propensi da adulti invece al sacrificio, alle prove, agli ostacoli da superare per raggiungere un obiettivo.
Diceva Pablo Picasso: “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino” e ancora Paul Klee: “Vorrei essere come appena nato, ignorare i poeti e le mode, essere quasi primitivo.”
Un desidero nell’arte per tornare magicamente bambini, esseri che si stupiscono dei colori e delle forme, assaporando il gioco fatto di fantasia e libertà.
Ma cosa è successo? Quale meccanismo si è inceppato? Cosa si è rotto lungo la strada che ha fatto si che si perda la voglia di sperimentare e mettersi in gioco? Quando si diventa “grandi” non si ha più voglia di sognare e si concretizzano invece altre realtà: un mutuo da pagare, una macchina nuova, gli amori che finiscono, i figli da crescere, le difficoltà burocratiche, le vacanze da programmare, il lavoro che spesso non corrisponde a quello che si vuol fare, problemi esistenziali, rapporti umani e allora si dà il via alle danze per ritrovar se stessi con yoga, psicoterapeuti, palestra, amanti qualunque cosa che possa dare un senso alle cose e all’esistenza su questo pianeta nel breve lasso di tempo in cui si vive.
Si guarda sempre avanti, si vede poco il presente e si ricorda ancora meno il passato, forse sono i tempi che sono cambiati e hanno subito un’accelerazione da non lasciare il momento di assaporare quello che si affronta giorno per giorno.
Meno impegni virtuali e più cultura potrebbe essere un risultato tangibile che a lungo andare aiuterebbe gli animi prima e il quieto vivere poi.
Perché è così importante stimolare la creatività e la fantasia? Perché alla fine il confronto porta a produrre cose buone e apre ad una visione più globale di un mondo così vasto per culture, aspetti, scoperte che si vanificano polemiche legate al proprio piccolo universo.
La cultura salva il mondo, la cultura offre lo spazio alle menti, la cultura fa paura perché dà modo di pensare e confrontarsi, la cultura è un’arma peggio delle guerre ideologiche e religiose che insanguinano per soldi e potere l’intero mondo tra scontri e dolore, la cultura non può essere odio ma tolleranza, convivenza e scambio, la cultura non deve essere soffocata da credi religiosi e fantasmi ideologici e politici, la cultura è per tutti quelli che vogliono mettersi in gioco ed arricchirsi ogni giorno per non sprecare la vita che ci è data.
La cultura è soprattutto una risorsa tra i popoli e gli ideali, è un sostegno economico per gli stati e una presa di coscienza di chi siamo stati, di chi siamo ora e di chi saremo domani.
Quel domani che è il futuro che spesso spaventa ma che, attraverso la sensibilità artistica e la presa di coscienza storica, non si deve temere ma agognare come risultato di un processo creativo stimolante e mai pago.
Massimiliano Sabbion


Friday, July 15, 2016

Pensiero d’artista. Sognare, sperare, avere voglia che le cose accadano, che succeda l’impossibile, che arrivi l’improbabile.





"Chi lavora con le sue mani è un lavoratore.
Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano.
Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista"
(San Francesco d'Assisi)
 
a Cristiano de Matteis,
Tony Gallo, Giuseppe Inglese, Park Eun Sun,
Giuseppe Ciracì, Silvia Papas, Beatrice Gallori,
Nicola Villa, Francesco De Prezzo, Severino del Bono
che ogni giorno creano l’Arte
 
Buongiorno mio interlocutore, buongiorno a te che oggi ti sei avvicinato al sottoscritto e al mio pensiero per mezzo di uno scritto, attraverso un’opera d’arte, per sentito dire o semplicemente quasi per sbaglio.
Chi sono? Sono un artista, un “invasato dall’arte”, di quale arte? Pittura, scultura, fotografia, video non è importante  e mi rivolgo a te per parlare quasi con me stesso e dire chi sono. Ho tante cose da dire e tante altre da fare. Le prime in assoluto sono le stesse che chiunque prova nei confronti di un oggetto, di una persona o di un sentimento, sono quelle che anche tu desideri.
TONY GALLO

Sognare, sperare, avere voglia che le cose accadano, che succeda l’impossibile, che arrivi l’improbabile.
Trovarsi di fronte una strada da percorrere disseminata di persone che si perdono, che si affiancano, che accompagnano e che magari poi si dimenticano di te, di chi sei e di che cosa sei stato. È cosi difficile trovare il proprio percorso, amare la propria condizione e il proprio divenire, spesso con l’arte che sia essa musicale, scrittura, visiva, aiuta a soffermarsi in questi momenti e a trovare questi spazi che si snodano lungo, appunto, i tragitti che si fanno.
BEATRICE GALLORI

Sognare, sperare, avere voglia che le cose accadano, che succeda l’impossibile, che arrivi l’improbabile.
Quasi un sogno sereno ad occhi aperti in cui tuffarsi e vedere, guardare, comunicare attraverso le emozioni nonostante siano esse viste come qualcosa di sorpassato e fuori tempo.
SILVIA PAPAS

Un artista prende i colori, uno spray, un pennello, uno scalpello, una macchina fotografica e usa i mezzi per segnare la propria strada prima e l’altrui dopo, dove ci si riconosce e ritrova. Allora quell’opera diventa di tutti, diventa tua, segnata e sognata per sempre.
FRANCESCO DE PREZZO

Sognare, sperare, avere voglia che le cose accadano, che succeda l’impossibile, che arrivi l’improbabile.
Ripetizione dal sapore decadente e romantico ma ognuno che si appresta a creare si mette davanti ai sogni, alle cose devono accadere, alla speranza che accada l’impossibile e che si desti l’improbabile.
Senza pensare che la paura del “riuscirò a dire quello che voglio per mezzo dell’arte?” infonde la paura o instilli, viceversa, il peccato di presunzione.
GIUSEPPE CIRACI

Ogni artista si crea uno spazio creativo, può essere chiamato in tanti modi: atelier, studio, che poi sono infine garage riadattati, mansarde rimesse a nuovo, scantinati lontani dai rumori, baracche alla meno peggio, qualcuno invece trasforma la casa che diventa posto dove si vive, si mangia, si lavora, hangar e capannoni  per i più esigenti, silenzio fatto di musica, perplessità e chiusure per tutti.
CRISTIANO DE MATTEIS
CRISTIANO DE MATTEIS

Si parte con una buona dose di isolamento, di dubbi, di condizioni che poi scattano come un lampo nel momento in cui si crea, per questo l’artista ha bisogno di confrontarsi con gli altri esponendo le sue cose, ha bisogno di conferme, di critiche, di idee nuove ma anche di rispetto, di aiuto, di plausi e di aggiustamenti.
GIUSEPPE INGLESE

Non sempre arrivano i successi o le approvazioni, anzi, sono più le stroncature e le cattiverie dette solo per invidia o solo per il gusto di farlo. No no, niente buonismi, siate reali e realisti, sia chi crea che chi abbisogna delle creazioni come spettatore e pubblico non si avvalga di un muro divisorio per panico, per malevolenza, per bisogno ma associ il fattore di rischio di non piacere, fa male.
SEVERINO DEL BONO
Il rifiuto fa male, non essere riconosciuti, apprezzati o aiutati nel proprio cammino, non importa se ad un vernissage cento si complimentano, basta solo uno che si avvicini ad un’opera con una smorfia di disgusto e per tutta la sera il pensiero si rivolgerà solo a quell’unica persona che non ha apprezzato il lavoro e la fatica rendendo vano il consenso di tutti gli altri.

NICOLA VILLA

I pensieri si accavallano e si cerca il motivo, la logica del perché non sia piaciuta, del perché non si piace. I gusti sono diversi, la differente questione di ciò che sia bello o brutto, di ciò possa dare un’emozione o meno, tutto differisce di fronte ad un’opera.
PARK EUN SUN

Ore di lavoro, ripensamenti, cancellazioni, titubanze, mai paghi e mai fermi, sempre con il pensiero e la paura di mostrarsi troppo o troppo poco.
Quando si compra un’opera si compra anche questo: il sudore, le lacrime e un pezzo di anima di chi l’ha prodotta, si compra un’idea e un pensiero, oggi il mio, quello che regalo a te.
Perché? Perché è così sempre per gli stessi motivi, per sognare, per sperare, per avere voglia che le cose accadano, che succeda l’impossibile, che arrivi l’improbabile.
Massimiliano Sabbion


Tuesday, July 12, 2016

Insoddisfatti. Arte e artisti mai contenti. “La vita è piena di scelte difficili, non te l'hanno detto?”


È nella natura del desiderio di non poter essere soddisfatto,
e la maggior parte degli uomini vive solo per soddisfarlo
(Aristotele) 


Inventarsi e reinventarsi ogni giorno la vita costa fatica, costa impegno e una dose di coraggio che serve ad affrontare la quotidianità.
Il mondo cambia ogni giorno, gli avvenimenti capitano e si susseguono e un minuto può cambiare le cose e rendere tutto diverso dall’attimo prima.
Non sempre i cambiamenti arrivano al momento giusto ma di sicuro quando arrivano nessuno se lo aspetta ed è mai pronto. Banale scoperta e realtà dei fatti? Probabilmente si ma in fondo è la sola situazione che dà certezze: quando il cambiamento arriva non si ferma e lo si subisce, sta a noi poi farlo diventare un cambiamento positivo o meno e viverlo in maniera passiva o attiva.
Nell’arte spesso ci si ritrova a dover combattere con metamorfosi e trasformazioni continue perché sovente gli artisti e le opere prodotte o sono troppo contemporanee o troppo vecchie e già viste oppure con una marcia in più non ancora comprensibili al pubblico odierno.
Reinventarsi ed essere attenti alle cose che capitano proseguendo un percorso e una strada personale si ritrova in ogni disegno, in ogni colpo di pennello e in ogni materiale plasmato in cui finisce un pezzo di emozione di chi crea senza rinnegare se stessi.
Come chiedere ad uno scultoree di diventare un pittore perché il mercato richiede olii su tela o graffiti: non è possibile stravolgere le cose e le proprie inclinazioni, al massimo si deve trovare il proprio percorso, il proprio stile e continuare ad esprimersi, anche sbagliando certo ma ascoltando comunque il mondo fuori poiché il vero silenzio totale e l’isolamento non esistono più.

Si è sempre più coinvolti in una rete globale tra nuove tecnologie e visioni ed essere soli, chiusi all’interno delle proprie convinzioni e relegati dentro un atelier, non porta ai risultati sperati ma ad una persuasione dei sensi con il rischio di essere “fuori tema” e “fuori tempo”.
Basta uscire dal proprio guscio e convincersi che ci sono artisti più bravi, più geniali e intuitivi, critici nuovi e freschi con le loro idee e scritti, competenze che sono cambiate, spazi nuovi e soprattutto voglia di cambiamento e di mettersi in gioco.
La paura di esporsi e di essere giudicati anche da chi nel mondo dei social ha il click facile è sempre tanta ma il confronto serve, sempre.

Provare, credere, sbagliare, piangere sulle cose e aver voglia di mollare…capita ha tutti, è capitato anche ad artisti conosciuti ed affermati di ritornare sui propri passi: Leonardo da Vinci, mai soddisfatto e in perenne ritocco nei pensieri e nei lavori, si veda la “Gioconda”, il suo quadro ossessione, per nulla rubato dai francesi ma portato con sé nei vari viaggi dall’artisti morto, per l’appunto in Francia, un continuo ritornarci sopra perché poco contento sempre del risultato finale.
Paul Cézanne, perennemente insoddisfatto tanto da lasciare spesso opere incompiute così come riportato in maniera leggendaria da un altro artista, Yves Tanguy.

Vincent Van Gogh, artista che risultava continuamente insoddisfatto delle sue opere perché le considerate “imperfette”.
Paul Gauguin, un pittore che ha vissuto con quello spirito di continua incontentabilità e ricerca di qualcosa d’altro che lo porterà poi lontano dal mondo occidentale per approdare nelle isole del pacifico del Sud.
Amedeo Modigliani, con la leggenda che vuole alcune sue opere scultoree buttate per pentimento del lavoro fatto e deludente nel Fosso Mediceo a Livorno e centro, nel 1984, di uno scherzo architettato poi da tre giovani studenti con tanto di falso ritrovamento.
Marcel Duchamp, un maestro che identifica la figura dell’artista nel Novecento, smise di dipingere per dedicarsi alla cosa che meglio sapeva fare, giocare a scacchi per poi diventare uno dei primi artisti provocatori e concettuali, se “Nudo che scende le scale” fece scalpore, “Fountain” smosse successivamente critiche e coscienze.

Solo alcuni esempi illustri per far capire che, al primo colpo, nessuno arriva ai risultati sperati, magari piace al pubblico ma non a se stesso o viceversa.
Mettersi in gioco è difficile, a volte fa male, ma è solo l’unico modo per sentirsi vivi appieno e non vanificare le cose, è il miglior modo per dar voce anche ad emozioni e riflessioni ma la creazione artistica esige felicità ma anche meditazione.
Giovanni Soriano in “Malomondo” ha scritto: “Infelicità e insoddisfazione sono le principali fonti alle quali attinge la creatività artistica, e non c’è nulla di più sterile per l’ispirazione della serenità e della spensieratezza. Ciò è generalmente noto, ma nessuno, forse, è stato in grado di dirlo con maggior efficacia e concisione di quanto abbia fatto quel saggio il quale, a chi gli chiedeva come mai scrivesse soltanto cose tristi, ebbe a rispondere: «Perché quando sono felice esco»

Per essere felici bisogna essere tristi? Per scavare nell’animo bisogna provare sofferenza? Per arrivare ad una conclusione e ad una perenne soddisfazione la strada è tutta discesa? Forse no.
Forse davvero per arrivare a capire e ad esprimere un poco ci si immerge nei cambiamenti, nelle curiosità, nelle ironie e nelle follie.
Non è semplice ma poi la soddisfazione e il risultato spesso ripaga, è dura ma perseverando e riuscendo a mettersi in gioco si arriva anche tra le scelte non facili, lo disse anche Ursula in “La Sirenetta”: “La vita è piena di scelte difficili, non te l'hanno detto?”.
Massimiliano Sabbion


Friday, July 8, 2016

L’arte tra museo e pasticceria. Ma che bontà, ma che bontà, ma che cos'è questa robina qua?






C'è una sola differenza tra una lunga vita e una buona cena:

nella cena i dolci vengono per ultimi.

(Robert Louis Stevenson)

 

Quando si entra in una pasticceria si è colpiti dal senso di gioia che emana l’insieme fatto di colori, profumi, forme, bambini spiaccicati sui vetri del bancone, adulti esigenti che soppesano con gli occhi o scelgono per gusto o quantità, vassoi dorati per abbellire la composizione, carta e nastro per impreziosire il prodotto finale e quel costante profumo di buono che sa di zucchero e di crema che invade l’aria che ci si appiccica addosso prima di uscire.

Quando si entra in un museo o in una galleria il gioco che si propone è quasi simile: un senso di gioia, di pace e tranquillità intervallata da chiacchiericcio quasi sempre in lontananza dal punto di visione, bambini che giocano tra le opere d’arte e che spiaccicano il naso sulle vetrine per vedere meglio, adulti esigenti che con gli occhi osservano, scelgono e pongono sotto esame quello che vedono, abbellimenti lungo il percorso fatti di cartigli e didascalie ad impreziosire il prodotto finale e all’uscita quel profumo di colore, di vernici, di polvere e di storia che si appiccica alle narici e ai vestiti.

Nella pasticceria le proposte correnti sono diverse: cannoli siciliani, bignè, babà, dolcetti alla frutta, triangolini al cioccolato… E così, nel museo o nella galleria, le opere si diversificano: pittura, scultura, installazioni, video, teche con libri documenti, fotografie, filmati e il tutto, sia in un caso che nell’altro, a servizio del consumatore pronto a tuffarsi in un piacere fatto di delizia al cioccolato o alla frutta o tra le opere ad olio o in marmo presenti e passate.

Il piacere è una forma di soddisfazione che fa bene al cuore e ai sensi, produce gioia e colma l’esistenza astraendo con pochi mezzi quello che serve al nostro corpo e al nostro spirito, l’anima appagata alla fine ringrazia.

Gli stimoli visivi, olfattivi, uditivi, tattili e il gusto sono i responsabili dei nostri piaceri e, le stesse percezioni, sono state sperimentate in arte senza sosta specie nel corso dell’ultimo secolo, in cui, la libertà espressiva ha prodotto opere d’arte che hanno utilizzato, in maniera più o meno consona, i cinque sensi.

Dai profumi agli odori, dai suoni ai rumori, dal tatto all’esplorazione dei materiali per mezzo delle mani, toccando o camminando, le opere d’arte ascritte al pensiero di una visione globale per fomentare la percezione si rinnova di volta in volta pronta a stupire o a deliziare l’osservatore.

Ambienti spaziali o plastici, camere dove regnano suoni ed esalazioni si mischiano alla visione e tutto si getta nel calderone artistico fatto di Biennali, Manifestazioni, Triennali, Fiere, spazi espostivi croce e delizia del pubblico in primis, degli artisti e dei critici successivamente.

Come in una pasticceria il nostro gusto volgerà a quello che più si avvicina alle aspettative e ai piaceri: chi assaggia un pezzetto di tutto, chi si abbuffa su un solo prodotto, chi intinge ingenuo un po’ dove capita non sapendo cosa scegliere, chi soddisfatto comunque incarta e porta a casa.

La scelta si lascia dettare dall’interesse che più si sente vicino, in un museo ognuno sceglie il percorso che più gli aggrada: c’è chi salta la pittura e si interessa solo di scultura o viceversa, chi invece legge ogni piccolo dettaglio e descrizione aiutato dalle preparate guide messe a disposizione o supportandosi con supporti cartacei o audio guide, chi preferisce la solitudine e magari si crea un percorso tutto suo fuori dagli schemi, una varietà che piace e affina mille soluzioni a mille sapori e piaceri.


Quindi, quando si chiede “Qual è il tuo gusto preferito?” è difficile dare una risposta, ci si può strafogare nella crema come nel cioccolato oppure assaporare la frutta ma uno solo è difficile da gustare, spesso lo si tiene per ultimo perché si sa che resta un piacere da coccolare e godere nel finale.

Così vale la pena ricordare che anche per il mondo contemporaneo non esiste un solo gusto e alla domanda “Qual è il tuo artista preferito?” una risposta sicura non c’è, difficile immaginare che nel mondo contemporaneo un Pablo Picasso non abbia mai amato Masaccio o Michelangelo, di riflesso sono quindi loro i preferiti di Picasso e di conseguenza i nostri poiché sono citati e studiati e fanno parte dell’arte del nostro autore preferito?

Marcel Duchamp, il genio dell’arte concettuale è il padre di ogni pensiero astratto che viene in serie successiva inscatolato, imbottigliato, imprigionato e poi esposto, potrebbero quindi essere figli acquisiti gli stessi Piero Manzoni o Damien Hirst.

Dai graffi sui muri di Keith Haring, Jean-Michel Basquiat a Banksy, Blu e Os Gemeos si arriva a grandi salti verso il contemporaneo attuale che si ciba di nuovi accostamenti e gusti, nuovi impasti e creme che si mescolano e creano altrettanto appetibili manufatti.

Non si individua un gusto unico come non esiste un’arte unica, tanti sapori portano scompenso ma spesso allegria al palato, così anche tanti linguaggi nuovi portano varietà di pensiero e libertà di visione.

Ad ognuno di noi il libero arbitrio di poter scegliere se preferire un bacio di dama o un diplomatico, se prediligere un pezzo astratto o figurativo; importante è saziare i sensi e farli propri, magari gustando o abbuffandosi ma senza mai giudicare prima di assaggiare.
Massimiliano Sabbion