Tuesday, June 27, 2017

Spazi d’arte: libertà di esprimere la propria emozione


 
L’arte contemporanea ha bisogno di spazi, l’arte tutta ne ha necessità.
È un dato di fatto e una constatazione quasi ovvia ormai che per parlare di arte contemporanea ci sia l’esigenza di avere spazi espositivi adeguati a ciò che si richiede.
Il recupero di certa archeologia industriale, la nascita di fondazioni pubbliche e private, la riconversione di palazzi e antiche ville a centri congressi e superfici adibite a sale per mostre e narrazioni visive non colmano certo la mancanza di strutture ex novo di cui si abbisogna.
È apprezzabile che ci sia la voglia di riconquistare lo spazio del passato per far rivivere un presente che, è bene ricordare, poggia le sue fondamenta sul tempo che fu, ma il futuro deve guardare oltre e deve in qualche modo riuscire a creare basi solide per quello che verrà.
È difficile però in un Paese come l’Italia avere la pretesa di costruire spazi nuovi in un territorio storicizzato che deve sempre far confronti e i conti con una cultura passata, con la conservazione del tempo trascorso e con la preoccupazione del restauro e della valorizzazione nel corso degli anni delle opere realizzate.
Spesso, anzi, molto spesso si incappa nella massacrante burocrazia che tutto blocca e arriva ad impedire il recupero di sedi o la creazione ex novo di altre. È difficile ed è ardua la contestualizzazione che si propone quando tra carte bollate e commissioni da superare si desidera dare “spazio” alle voci e alle idee. Tutto ha un costo poi, in termini di tempo, di pazienza, di economia e di costanza, la delusione e lo sconforto sono dietro l’angolo e sovente quello che si è sognato di fare poi miseramente crolla sotto la falce dell’impedimento burocratico e di varie altre problematiche che si sommano poi quali permessi, sponsor, artisti di valore sia commerciale che storico-critico.
Il valore aggiunto che si dovrebbe dare ad un paese è la cultura, con la quale si combatte l’ignoranza dilagante correlata dalla paura per il diverso, per le cose nuove e per le novità, purtroppo si preferisce investire su altro e si continua a rischiare di salvare il salvabile con aziende improduttive, compagnie aeree sull’orlo del collasso, cedimenti di istituti bancari, milionate di euro al calciatore di turno, ma mai si pensa che per risollevare l’economia e le sorti di un paese in declino si debba puntare sulla cultura, partendo in primis dalle scuole.
È una questione di non rispetto che si viene a creare per chi guadagna cifre ridicole quando decide di fare un percorso di studi umanistici o artistici, la bellezza non ha un prezzo, ma a quanto pare ha solo costi e relegare l’arte, la musica, la danza, il teatro, la scrittura a mera occupazione hobbistica porta allo sconforto e alla non riconoscibilità della propria professione agli occhi altrui: “Ah…fai arte? Bello! E di lavoro invece che fai?”.
È quasi scontato e ovvio che poi l’intera comunità gridi “allo scandalo” quando si tenta di recuperare la voce del sapere con amministrazioni politiche che, poco attente alle scelte, decidono di regalare uno spazio dedicato alla cultura.
Ecco allora che si accavallano brutture senza pari con qualche pseudo installazione e scultura persa nel marasma del traffico a far da corollario all’interno di una rotonda, orrende e inutili mostre dalle cifre esorbitanti curate da qualche sedicente critico televisivo senza competenza e con solo biglietto da visita che il nome altisonante, esposizioni che pretendo di condensare in poche sale la storia dell’arte tutta dal paleolitico al mondo contemporaneo in cui la vera ricchezza sta solo nei gadget presso il bookshop creato ad hoc per l’evento, si finisce per spacciare operazioni di marketing come cultura creando manifestazioni dal sapore di sagra paesana e pro loco di bassa qualità per far tutti (in)felici alla resa dei conti.
Non è capito lo sforzo e l’intento di “fare arte” che, nella maggior parte dei casi, è visto come qualcosa di inutile e come sperpero di denaro pubblico: “Ci sono i marciapiedi da rifare prima che le mostre”, “I nostri soldi vengono usati per fare i balletti e le commedie invece che migliorare lo spazio verde!”, “Pensassero meno al teatro e ai concerti visto tutta la delinquenza che gira in città”.
I soldi (pochi) destinati al settore turismo e cultura non vanno ad intaccare altre priorità, ma quando mai si comprenderà che la vera forza di una nazione sta nella bellezza locale e nelle idee più che nella concretezza effimera di certe realizzazioni cominciate e mai portate a termine?
Ci si scandalizza perché si creano mostre e si dà spazio agli artisti storici e alle nuove generazioni quando si vogliono creare auditorium, teatri, musei, perché la cultura ha bisogno di respirare, ha bisogno di spazio, ha bisogno soprattutto di forza e coraggio, ma non si batte ciglio quando si costruiscono immense colate di cemento per un nuovo svincolo autostradale o si progetta un nuovo ospedale o un nuovo spazio fieristico che, se tutto va bene dopo numerosi tangenti e anni e anni di lavoro, forse vedrà la sua concretizzazione troppo tardi per le esigenze proposte.
Occorre fondare ed aprire spazi, prima di tutto spazi mentali per poter poi spalancare le porte a posti fisici per dare visione e forza alla cultura, alle idee e alle persone che hanno il dovere sacrosanto di esprimere emozioni da condividere con gli altri, per segnare con forza un momento storico preciso, perché non si può soffocare l’aria del rinnovamento e del sapere, si trattiene il fiato al massimo per un po’, ma poi si deve respirare a pieni polmoni.
È innegabile, prima o poi per non scoppiare ci si fa spazio è lo spazio arriva…
Massimiliano Sabbion
 

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